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TEMI / PROBLEMI

 
   
 

 

IL CONFLITTO TRA AREE VALUTARIE
sulla fine del monopolio del dollaro e l'ascesa dell'euro

 

Gianfranco Pala

Tutte le merci sono denaro perituro;
il denaro è la merce imperitura.
Il denaro è originariamente il rappresentante di tutti i valori;
nella prassi. la cosa si rovescia,
e tutti i prodotti e i lavori reali diventano i rappresentanti del denaro.
L'unità si ristabilisce violentemente.
[Karl Marx, Aforismi, Lineamenti]

 

 

Dopo trent'anni di crisi irrisolta, il capitale è giunto a uno dei suoi massimi livelli di "schizofrenia". Mentre alcune imprese credono di accumulare, per altre il galoppare della crisi è palese; così pure alcuni paesi, in evidente situazione critica, annunciano prossime quanto improbabili riprese, che risultano essere ai danni di altri paesi dominati. Quello che viene dato - o viene fatto credere che sia dato - con una mano è tolto con l'altra; la lotta tra i "fratelli nemici" del capitale raggiunge il suo acme. Insomma, si è in una fase che la vulgata definisce "globalizzazione", ossia sviluppo al massimo grado della potenzialità del mercato mondiale. In altri termini, si è in un momento in cui la forma transnazionale del capitale monopolistico finanziario comincia ad abbattere tutti i confini geografici dei vecchi stati nazionali storici. Ma lo fa in un preciso senso economico - non certo quale banale "autonomia del politico", anarchia dell'impero si direbbe, come vorrebbe l'ultimo grido del post-operaismo di ispirazione francescana - e perciò l'abbattimento dei confini "geografici" dei paesi non annulla ma ridefinisce i compiti degli stati nazionali.

La concatenazione transnazionale che ha cambiato la configurazione della lotta interimperialistica, non più rigidamente suddivisa per prevalente appartenenza statuale, risulta nella richiesta di un'accresciuta capacità di penetrazione del capitale nel mercato mondiale. Perciò la predeterminazione di aree valutarie di riferimento supera in importanza la mera collocazione storica geografica dell'investimento; lo sviluppo preferenziale di alcune anziché altre piazze finanziarie trae da qui una spiegazione possibile. Oggi la cosiddetta "dollarizzazione" Usa è intrinsecamente contraddittoria, proprio perché avviene in una fase di crisi, anziché in quella fase di crescita che fu dovuta alla lunga ricostruzione postbellica. Quindi il tentativo di imposizione transnazionale del dollaro come valuta privilegiata, se non unica, per alcune transazioni, cerca di agevolare l'accumulazione di capitale, proprio perché - in un mercato "mondializzato" - essa non è nazionale (pur avendo "base" Usa centralizzata) ma transnazionale.

Così oggi è più che mai evidente come tutto questo vada al di là della circolazione geografica puramente monetaria. Sarebbe perciò un grave errore ritenere, com'è diffuso costume, che gli elementi monetari e valutari siano soltanto una superfetazione, separata, delle strategie industriali produttive. Ma, da un lato, si pongono in risalto i caratteri di una disperata rincorsa dell'"economia reale" nell'attuale nuova divisione internazionale del lavoro - ovverosia, filiere di produzione, dislocazioni, esternalizzazioni, subfornitura a scala mondiale, "corridoi" euroasiatici e altro, "vantaggio competitivo" (come direbbe Porter), centralizzazione e trasformazione degli assetti proprietari internazionali, con rovesciamento del ruolo tra organismi sovrastatuali e stati nazionali, privatizzazioni se reputate efficaci, ecc. D'altro lato, si evidenziano quelli di un'"economia monetaria" che cerca di procedere alla ridefinizione egemonica delle suddette aree valutarie di riferimento significativo per il mercato mondiale "unificato". Senonchà il collasso del dollaro, che si è concretizzato con il palesarsi trentennale della crisi, è corrisposto in quel momento alla fine dell'accumulazione Usa e della corrispondente "dollarizzazione" di fatto del pianeta. Oggi tale crisi è stata finalmente smascherata dai recenti crolli borsistici, connessi a quanto veniva propagandato intorno a "nuove economie", "globalizzazioni", "virtualità" e presunzioni di arricchimento senza limiti, accompagnati da false riprese delle aree più rilevanti dell'imperialismo transnazionale.

La tematica delle aree valutarie, sullo sfondo di un maldestro tentativo di ritorno a una "dollarizzazione" di fatto di parti crescenti del mercato mondiale, di contro alle perduranti incertezze dell'euro (con lo yen per ora fuori gioco, in attesa dello yuan cinese che potrebbe in prospettiva costituire addirittura un'area valutaria sostitutiva o concorrente), si pone per individuare nel dettaglio quali elementi di costo siano espressi in dollari e quali in euro e in quale valuta quindi si presentino in divenire anche i prezzi di vendita. Da quanto precede si possono dedurre alcuni argomenti chiave. La struttura attuale dei costi di produzione (soprattutto, ma anche, in subordine, dei costi di circolazione) delle varie catene, o cordate delle filiere, nelle diverse aree valutarie, piuttosto che nelle zone o sfere di influenza dei contrapposti poli, include l'effetto valutario di riferimento nelle fatturazioni, implica la riorganizzazione, centralizzazione più decentramento, del sistema produttivo industriale su scala mondiale, con conseguente ricomposizione internazionale di tutto il lavoro dipendente (e qui occorre raccogliere quanti più dati di informazione sia possibile). Per tal via, si afferma l'ideologia del neocorporativismo quale forma suprema di controllo mondiale e repressione del conflitto.

In altri termini, continuare a riferirsi soltanto alla separatezza e contrapposizione dei "poli" imperialistici, in quanto tali, può trarre in inganno. Le "aree valutarie" invece - pur muovendo da una sede fisica ben individuabile, e tutt'altro che "deterritorializzata", alla quale corrisponde necessariamente la strategia politica economica di egemonia sul mondo - attraversano l'intero mercato mondiale. Così, attualmente, una grande impresa transnazionale la quale, magari dopo una fusione, operi contemporaneamente nei tre "continenti" imperialistici, può ancora decidere su quale valuta fare aggio. In questo senso è più adeguato al concetto di imperialismo transnazionale - proprio in quanto acquisizioni, fusioni e investimenti all'estero delle imprese medesime - ciò che, da un lato, permane nelle strutture produttive esistenti nelle diverse dislocazioni o in nuove installazioni, e, dall'altro, sposta la propria gravitazione nell'area valutaria (valuta di riferimento per costi e prezzi) più favorevole, indipendentemente dalla localizzazione territoriale.

Ecco perché una seria versione dell'universalizzazione del mercato corrisponde all'adeguamento del capitale al suo stesso concetto, conseguibile nella sua forma che è, appunto, mondiale. Ma è precisamente questo il motivo per cui, senza più frontiere effettive (anche se per lungo tempo ciò sarà ancora solo potenziale), il capitale non può sottostare ai vincoli artificiosi e aconcettualmente dovuti ai propri confini fisici, ancorché di grandezza continentale. Attraverso concatenazioni varie esso brama ad adeguarsi proprio a quel concetto. Dunque, se non ci si rabbassa vergognosamente alla vuota genericità delle mène della "globalizzazione" (pro o contro), l'allargamento senza limiti del mercato mondiale vanifica la rigida separazione tra poli imperialistici, con le rispettive monete, perché a esso non può che corrispondere l'estensione conflittuale delle aree valutarie di riferimento [ed è ciò che accadde a Bretton Woods, durando poco più di un ventennio, alla fine della II guerra mondiale a esclusivo favore degli Usa e della loro valuta, il dollaro]. Le aree valutarie, per l'appunto, non riguardano la spesa di reddito (per quanto enorme possa essere) ma il pagamento in conto capitale (ossia gli investimenti per dominare il mondo); altro che domanda! Il piano del gen. Marshall era un programma di penetrazione del capitale Usa, fatto passare sotto la denominazione di "aiuto"; eliminata sul nascere l'ex Urss, invero economicamente assai più debole, si affermò così l'area valutaria del dollaro - l'unica allora esistente e dominante per venticinque anni!

Il possibile dilemma su quale riferimento monetario mondiale fosse da scegliere non sussisteva neppure nell'epoca del secondo dopoguerra, con il dollaro come unica valuta riconosciuta per i pagamenti internazionali, e quindi con tutte le monete "ancorate" al dollaro stesso (dollar standard e gold exchange standard basato sulla convertibilità della moneta Usa). Oggi, invece, la cosiddetta "dollarizzazione" di gran parte (crescente) dell'economia mondiale - il cosiddetto currency board 1 a 1 col dollaro - è un preciso obiettivo che l'imperialismo Usa vuole perseguire. Sicché, il fatto che ha dato l'avvio alla propaganda della "globalizzazione" è che proprio quella trentina d'anni fa - tra un ferragosto e l'altro nel 1970 e 1971, tra svalutazione e inconvertibilità del dollaro - il sistema valutario internazionale stabilito a Bretton Woods nel 1945 crollò. Quel sistema valutario, si ricordi bene, non era semplicemente un fatto "monetario", poiché rispecchiava compiutamente sul mercato mondiale l'egemonia produttiva a base Usa. Insomma, il carattere finanziario del capitale monopolistico non tradiva i suoi aspetti imperialistici, ben noti già allora da mezzo secolo, in cui la sfera monetaria procede simbioticamente con quella produttiva, avvalendosi del pieno appoggio statale (con gli Usa, a quel momento, in testa) e sovrastatuale (organismi di Bretton Woods, appunto, a cominciare da Fmi e Bm, col supporto provvisorio del Gatt).

Dunque, anche allora l'intera soluzione valutaria di quella fase, come sempre d'altronde, altro non rappresentava se non l'aspetto monetario del sistema produttivo mondiale, nell'ambito del capitalismo monopolistico finanziario. Solo adesso, gli imbelli "guru" della finanza, visto che sotto l'incalzare della crisi mondiale la speculazione non poteva che arenarsi, vanno via via riscoprendo i cosiddetti "fondamentali" - ossia, l'economia reale. E questa "economia reale" che cos'altro è se non la spasmodica e violenta ricerca di pieno controllo del mercato mondiale da parte dell'imperialismo Usa, l'individuazione delle aree di investimento più proficue e l'estensione dell'area valutaria del dollaro oltre i confini puramente geografici degli stati? Perfino Alan Greenspan [il governatore della Fed] si è mostrato ogni giorno più preoccupato della situazione di crisi (necessariamente monetaria, nella sua apparenza iniziale). Il decentramento produttivo connesso al processo di ristrutturazione e di centralizzazione è stato la mossa - reale, non monetaria fittizia - inevitabile e indispensabile, ma ciò non è bastato per venire a capo della crisi.

Sono queste le ragion per cui, in una fase come l'attuale, riemerge centrale la contraddizione tra produzione e circolazione (del plusvalore), la loro inseparabilità, separazione violenta e ricomposizione forzata [cfr. Quiproquo, no.79 e, qui, il successivo]. Il denaro come capitale conferma un suo specifico ruolo (affatto diverso, come si è detto, rispetto al denaro come reddito), il quale affonda le proprie radici nelle questioni generali e qualitative che contrassegnano l'economia mondiale. L'insistere trasversalmente su una o su un'altra area valutaria - indipendentemente dal polo imperialistico d'appartenenza o dalla zona geografica d'influenza - è capace di determinare spostamenti rilevanti delle strategie industriali, commerciali e bancarie assicurative dei grandi gruppi interessati; la qual cosa, pertanto, non solo procede, in un certo senso, scissa dalla "base nazionale" di prevalente provenienza del capitale finanziario in questione, ma ha la potenzialità pratica di articolarsi in diversissimi luoghi di provenienza e destinazione, conformemente alla minimizzazione dei costi, ovvero rispetto alla massimizzazione dei profitti.

Il dominio valutario, pertanto in conformità al concetto mondiale di capitale, torna a essere gerarchicamente superiore in rango rispetto alla semplice base di provenienza nazionale di ciascun capitale stesso. La situazione attuale - essendo più semplice e logica di quella determinatasi con la soluzione, empiricamente rilevante, data alla divisione internazionale del lavoro a séguito dell'esito della II guerra mondiale - è per ciò stesso più contraddittoria di quella. Come si è accennato, a quell'epoca, il capitale dell'imperialismo definito "multinazionale" - perché operante in molte nazioni, ma proveniente sostanzialmente da una sola fonte - mostrava un'egemonia assoluta in ragione della propria provenienza, nel caso specifico Usa, ed è solo per ciò che il dollaro rappresentava l'unica valuta riconosciuta universalmente per gli scambi internazionali. In simili condizioni neppure si poneva la questione di una divergenza tra aree geografiche e aree valutarie. Allora, dunque, il dominio valutario del dollaro era indiscusso, proprio come la superiorità economica dell'imperialismo Usa.

Senonché oggi le circostanze sono mutate. Alla multi-nazionalità dell'operatività del capitale, tipica della fase, relativamente breve ma molto stabile, del ventennio Usa del secondo dopoguerra, è subentrata la trans-nazionalità delle basi stesse di provenienza della partecipazione agli investimenti, caratteristica sempre più straripante dell'affiancamento di altri poli imperialistici all'egemonia Usa in evidente contraddizione. Dopo la crisi della fine degli anni 1960 - con la rammentata invalidazione degli accordi di Bretton Woods - proprio la flessibilità dei cambi, connessa all'instabilità del dominio mondiale e della corrispondente divisione internazionale del lavoro, è stata il sintomo che ha evidenziato lo spiazzamento dell'intero sistema di potere economico, col rispettivo sistema valutario. È dopo il 1970 che, palesatasi la crisi, la storia è cambiata: fin da allora - non dopo l'11 settembre 2002 - si sarebbe dovuto dire "nulla sarà più come prima"!

La produzione su scala mondiale avviene ormai in pratica necessariamente attraverso tutti i paesi, da parte di capitali senza più confini di appartenenza, mentre anche la circolazione deve soddisfare le esigenze paganti (investimenti più consumi) di quanti possano disporre della valuta richiesta. L'insieme di simili circostanze transnazionali fa sì, allora, che l'effettivo controllo dei capitali (operanti o anche speculativi) non dipenda più dal "luogo" in cui il particolare capitale risiede e da cui promana nelle "molte" nazioni, com'era nella classica fase nazionale statuale dell'imperialismo, ma conduca a trasferire il reale potere degli stati dominanti all'esito della supremazia nel conflitto tra le valute, di cui ciascuna aerea di riferimento mondiale è in ultima analisi messa nelle mani delle banche centrali, delle borse e dei governi di quegli stati nazionali imperialistici i quali ridefiniscono in questa maniera il loro specifico ruolo. Così, l'apparente contraddittorietà della centralizzazione strategica finanziaria [holding] e del decentramento operativo produttivo riporta alla rammentata problematica del rapporto tra costi di produzione e prezzi di vendita dei prodotti ottenuti (tanto beni finali, quanto prodotti intermedi).

L'attenzione portata sull'effetto valutario delle differenze possibili di costi e prezzi è tale da verificare i propri effetti direttamente sul tasso di profitto (non sul plusvalore prodotto). È per questo che attraversa indistintamente circolazione e produzione, ma in maniera tale che la riduzione dei costi di circolazione (false spese - faux frais - di produzione) possa risultare indirettamente determinante anche per le strategie produttive. Di qui, l'attuale rilevanza transitoria dell'attenzione capitalistica rivolta all'economia fatta anche nella sfera della circolazione: sia attraverso quella definibile "ordinaria", sia mediante la circolazione, per così, dire "forzata" (in realtà, produzione vera e propria poiché coinvolge la subfornitura), imperniata sullo scambio ineguale con i paesi dominati (attraverso la ripartizione dispotica - saccheggio o rapina - del plusvalore mondiale, che è pressoché dato, statico o insufficientemente dinamico).

Sicché, un vantaggio dal lato dei costi si ha per effetto delle minori spese (vere o "false") di produzione; ossia, tanto quelle inerenti propriamente alla (sub)produzione, quanto quelle che incidono attraverso la circolazione. Dunque, l'allargamento della scala di attività del capitale non influisce solo sui costi di circolazione propriamente detti, ma si estende all'economia concernente tutti i costi d'impresa [quelli relativi a subfornitura e esternalizzazione, agli albori del capitalismo, nei vari angoli del mondo via via conquistati a questo modo della produzione sociale, coincidevano con l'azione dei capitalisti detti "compradores"]. La capacità d'influenza transnazionale di ogni moneta (dollaro in testa) è dunque legata al controllo delle aree valutarie di riferimento. Come si fa a trasferire la ricchezza prodotta altrove? Pagando i costi di produzione a livelli più bassi, a esempio nelle valute locali, e vendendo a prezzi più alti (la qual cosa, del resto, è regolarmente avvenuta nella storia del capitalismo). Il caso attuale dell'Argentina, come si vedrà, è tipico.

Codesta riduzione dei costi complessivi, se avviene solo sul versante della circolazione, è di puro trasferimento, e non genera un aumento netto di valore e di plusvalore prodotto. In altri termini - quando ci si riferisce unicamente al tasso di profitto, la cui ciclica caduta critica è ciò che i capitalisti intendono contrastare - un simile effetto non agisce affatto sull'aumento del numeratore del rapporto che definisce quel tasso, bensì è solo in grado di comprimere il capitale anticipato come misura posta al denominatore, attraverso la diminuzione di tutti i costi indistintamente. Vi è quindi un limite "negativo", il quale può essere significativamente allentato, comprimendo i costi che lo contengono, ma ciò comunque si scontra, appunto, con quel limite stesso. Perciò, finché non si allarga in "positivo" il plusvalore al numeratore - ovvero, finché non riprende la vera e propria accumulazione di capitale su scala mondiale - tutta questa azione dal lato dei costi può rappresentare solo un palliativo.

In questo senso va riservata importanza strategica alla scelta dei piani di produzione da parte delle grandi holding finanziarie, per ciascun settore o meglio filiera. Tale strategia è infatti inerente sia alla dislocazione dei costi (di produzione, subfornitura soprattutto, ma anche circolazione vera e propria) nei diversi paesi dominati, sia dei prezzi di vendita, a seconda dell'area valutaria cui ciascun paese fa il proprio principale riferimento. Sicché, per esaminare debitamente il bilancio - ovviamente consolidato - di tali holding, occorre prestare la massima attenzione alla composizione dei costi e alla definizione dei prezzi [la "catena del valore", direbbero Porter e compari], per

valutare complessivamente il loro operare.

La concatenazione strategica, finanziaria innanzitutto, del grande capitale monopolistico finanziario - transnazionale sì, ma pur sempre con una base nazionale di partenza - riguarda tutte le aree del pianeta. A conferma di ciò basta esaminare l'andamento dei più recenti Ide (investimenti diretti all'estero) per vedere come essi siano diretti, per i primi tre posti, a paesi come Usa, Gran Bretagna e Francia (che non sono certo del così erroneamente detto "sud" né tantomeno dominati o "sottosviluppati"). Gli Ide sono fatti laddove è più basso il costo complessivo, non solo il costo del lavoro (che raramente incide per più del 20% dei costi totali per le grandi imprese, pur se certo non è poco). Segno è che la dislocazione produttiva segue criteri ben più articolati, di cui la facilità di manodopera (a scapito della sua abilità e produttività) è soltanto uno degli elementi in gioco, che viene sicuramente dopo la ricerca accurata del riferimento all'area valutaria (e fiscale) più conveniente. Perciò la concatenazione in filiere - purché le si spieghino con una "supervisione" strategica finanziaria, e dunque valutaria oltreché produttiva - riesce a cogliere l'opportunità di decentramento produttivo di segmenti del ciclo lavorativo, fino al lavoro a domicilio, quando l'insieme delle circostanze, trasporti e infrastrutture in genere, lo renda economicamente favorevole.

È qui perciò che subentra la questione dei costi: se siano pagati in valute locali meno pregiate, rispetto ai prezzi finali di vendita, ancora prevalentemente fatturati in dollari, per cui la differenza che sorge dall'incidenza delle diverse aree valutarie si trasforma in maggiori (o minori) profitti. Un recente documento del Fmi [a cura di una sua "esperta", Carmen Reinhart] affronta assai bene il problema delle aree valutarie. Naturalmente, la consulente del Fmi non lega affatto la dinamica delle crisi con gli interventi dello stesso Fmi e della Bm e con le scelte strategiche di politica economica degli Usa [si pensi solo al ruolo di Korbel Albright nell'ultimo periodo Clinton, dalla crisi dell'est Asia, alla destabilizzazione russa, all'aggressione ai Balcani, per non parlare di Brzezinsky, Kissinger, il Vietnam, la Polonia, il muro di Berlino, la guerra del Golfo, e chi più ne ha più ne metta]. Tuttavia, la sua descrizione della dominanza del dollaro - quale valuta di riferimento nel mercato dei capitali, non solo in quello delle merci, in forma relativamente indipendente dalla base di provenienza del capitale che lo impiega - è assolutamente attendibile.

Le questioni più importanti circa le crisi finanziarie riguardano perciò la rilevazione del rischio e la probabilità di squilibri finanziari, siano essi crisi valutarie, o bancarie, o una combinazione delle due; ed è soltanto dopo una di tali crisi che si riesce a capire quanti debiti le imprese abbiano cumulato; a proposito del regime dei cambi, perciò, in una fase di instabilità e crisi come la presente, sembra oggi opportuno che i diversi paesi, soprattutto se deboli e significativamente dominati, si orientino verso una maggiore flessibilità piuttosto che seguire politiche di "ancoraggio", ancorché morbido. In effetti, nella situazione definita di "ancoraggio morbido", i motivi per cui i paesi emergenti, con una storia di forte inflazione, e quindi con un corso dei cambi troppo mobile, possono propendere per quella scelta sono prevalentemente determinati dalla cosiddetta "paura della fluttuazione". Per le economie asiatiche, la paura della fluttuazione può essere connessa direttamente alla loro forte dipendenza dal commercio, che è denominato in dollari e non nelle loro valute nazionali; la grande volatilità del corso dei cambi ha per esse gravi implicazioni.

La paura della fluttuazione per i paesi "sommersi" [eufemisticamente detti "emergenti"] è dovuta al fatto che essi tendono ad assumere debiti esteri in valuta, la maggior parte dei quali denominata in dollari. Infatti, anche se un governo locale decidesse di emettere obbligazioni denominate in valuta nazionale, rimarrebbe sempre il settore privato (banche e industrie) di quel medesimo paese, quale che fosse la sua zona di influenza, il quale, di fronte a differenziali dei tassi di interesse molto ampi, continuerebbe a indebitarsi in dollari, qualora la propria banca centrale non assecondasse le fluttuazioni del corso dei cambi, senza percepire che ciò può aumentare la fragilità dell'economia del proprio paese. È come un circolo vizioso che si riproduce attraverso il pregresso indebitamento in dollari. Senonché, e proprio forse per una simile trappola, dopo il collasso argentino, attualmente simili paesi preferiscono lasciar fluttuare abbastanza liberamente il corso dei cambi della propria valuta nazionale, con pochi controlli ritenuti essenziali, senza legarsi al dollaro. Dunque, l'espressione strutturale della lotta interimperialistica - ma qui ormai solo sotto il riguardo della prevalenza di una o dell'altra area valutaria - condiziona, col proprio esito, il tipo di soluzione impressa alla crisi generale dell'intero sistema.

In tale ottica, perciò, è interessante sapere quale sia il punto di vista del solito Fmi [attraverso un'altra sua "esperta", Catherine Mann] che si limita a osservare come gli Usa finanzino il loro disavanzo corrente prendendo a prestito dal resto del mondo "quasi esclusivamente in dollari; la maggior parte dei capitali che affluiscono negli Usa sono costituiti da Ide e da investimenti di portafoglio; ma anche più del 90% del debito estero verso le banche è in dollari, il che si riflette in un'accumulazione di patrimonio Usa nelle mani di investitori internazionali". Ciò può andare avanti - con un rischio sempre più grande di fare il "botto" - finché gli Usa vogliano "sostenere un disavanzo commerciale molto maggiore di quanto sia possibile per qualunque altro paese, le cui obbligazioni (prevalentemente a breve termine, non solo bancarie) siano denominate in valuta straniera", ossia, per la maggior parte di essi, in dollari, e continuino a garantire agli investitori, indipendentemente dalla loro nazionalità di appartenenza, alti rendimenti coperti dal rischio. Qualsiasi possibile intervento sul corso dei cambi, da parte delle banche centrali dei paesi dominati, viene così vanificato. Ma - come osserva la stessa Mann - ciò costituisce un fattore critico per la capacità Usa di proseguire a finanziare grandi disavanzi commerciali. Il problema effettivo consiste, infatti, nell'irrealtà della crescita Usa, che altro non rappresenta se non la quota di prodotto estorta all'estero ma proditoriamente attribuita pro capite agli "addetti" usamericani.

Sicché, per un certo numero di paesi già inseriti nella sfera economica dell'imperialismo, la soluzione di un "ancoraggio forte" o addirittura di una dollarizzazione può, sì, aver un senso momentaneo; ma solo perché molti di essi, legati mani e piedi all'andamento delle imprese, di qualunque zona, che trafficano nella valuta Usa, hanno già un'altissima dollarizzazione di fatto. La parte del leone è fatta dai depositi bancari, già denominati in dollari e circolanti in dollari. [L'esempio del collasso dell'Argentina è sintomatico: mentre la sua valuta, e la sua precaria economia, era ancorata al dollaro, la maggior parte degli scambi commerciali avvenivano "innaturalmente", in un contesto di dollarizzazione, con il Brasile e l'Europa, le cui valute sono sostanzialmente svalutate rispetto al dollaro; anche se l'euro fosse già esistito all'epoca del "piano di conversione" argentino, un ancoraggio all'euro sarebbe stato impossibile perché l'economia argentina, di fatto, era già dollarizzata].

I paesi dell'America latina - la cui posizione geografica americana, in questo caso particolare, come accennato, coincide con la loro appartenenza all'area valutaria del dollaro (l'una cosa, naturalmente, non esclude l'altra) - si trovano così doppiamente a essere di fatto integrati nell'economia Usa, e sono perciò essi stessi a rincorrere la dollarizzazione, alla spicciolata, e non come un solo "blocco del dollaro". Divide et impera. Lo sviluppo pieno dell'Alca [l'area di libero commercio di tutto il continente americano dal nord al sud - Afta o Ftaa in inglese], ben oltre che costituire una politica monetaria, mira così a far ricadere tutto il continente, in questo caso anche geograficamente, interamente nell'area valutaria del dollaro, strategia che sarà perciò decisa unicamente dalla Fed a Washington.

Diverso, parzialmente, per quanto esposto dianzi, è il caso di molti paesi asiatici, che già dopo la loro grave crisi stanno di nuovo ammorbidendo il precedente "ancoraggio" valutario (e, come detto, il caso argentino ha rafforzato codesta impressione, a svantaggio del dominio del dollaro). La loro "schizofrenia" si esprime nel fatto fondamentale che essi sono molto dipendenti dal loro commercio, il quale è inesorabilmente fatturato in dollari, e perciò i loro debiti sono denominati in dollari: Reinhart dice espressamente che "il dollaro è la loro ombra". Finché le loro valute sono deprezzate rispetto al dollaro, tutto sembra andare bene, ma quando le loro valute si apprezzano sul dollaro, essi devono lottare all'ultimo sangue. Essendo la loro dollarizzazione meno evidente di quella dei paesi latino-americani, anche per malintesi motivi geografici inerenti la definizione continentale dei "poli imperialistici" (e non potendo essi assolutamente ancorarsi allo yen, per ovvie ragioni), il loro percorso valutario è più incerto. Ma l'osservazione di fondo è sempre la stessa: un paese, che comunque fosse costretto a denominare i suoi scambi e i suoi debiti nella propria valuta nazionale, sarebbe inesorabilmente condannato alla bancarotta e spinto verso un'area valutaria dominante - oggi il dollaro, domani, forse, l'euro.

La crisi valutaria, perciò, si riflette oggi in maniera più duratura nelle crisi bancarie, rallentando, come nei casi recenti, la ricapitalizzazione per la ripresa. I prestiti si arrestano, e i crediti inesigibili prevalgono. L'esempio del Giappone costituisce attualmente la più drammatica testimonianza della situazione (precedenti sono ravvisabili nello scossone subito dal sistema bancario messicano nella crisi del 1994-95, o anche negli eventi di alcune economie asiatiche dopo il 1997-98 a seguito del riflusso, ancorché oscillante e con riforme bloccate, del capitale internazionale dai mercati borsistici locali).

Non avendo per nulla funzionato un'area valutaria dello yen - né ragionevolmente avrebbe potuto - l'inesigibilità dei crediti nipponici nei paesi asiatici, in cui la ricerca di una ripresa duratura della dominanza del dollaro con la crisi scatenata da Madeleine Albright nel 1997, ha provocato il tracollo giapponese e di tutta la quasi inesistente area valutaria dello yen. Ora, per i paesi asiatici, in un periodo di caduta dei volumi e dei prezzi alle esportazioni, è esiziale il rallentamento dell'economia Usa (ben prima dell'11 settembre!), sia perché la domanda Usa di molte merci è molto sensibile a variazioni del reddito, sia perché le esportazioni asiatiche sono molto legate al settore tecnologico, in serie difficoltà.

La candidatura, al posto del Giappone, della Cina - con un mercato "potenziale" di un miliardo e mezzo di persone per le quali produrre, quando però saranno "paganti", come dice Adam Smith, al quale mercato si può accompagnare quello quasi altrettanto vasto dell'India - assume facilmente questo significato. Solo che lì l'egemonia del dollaro non è affatto sicura. La strategia Usa, dovuta a Brzezinsky, ha come obiettivo la conquista totale del doppio continente dell'Eurasia, ed è stata sicuramente aperta dalla crisi asiatica del 1997 e dalla successiva e più recente penetrazione partita proprio dalla testa di ponte dei Balcani verso il cuore del continente asiatico (con la questione cecena e centrata intorno al "corridoio 8" da Kosovo e Macedonia, attraverso Kurdistan in prospettiva mediorientale, Caucaso, Afghanistan, Nepal e Tibet, fino allo sbocco cinese sul Pacifico), disegnando attraverso i diversi "corridoi" di penetrazione l'espansionismo imperialistico transnazionale verso le aree dominate del pianeta.

L'esempio delle grandi transnazionali dell'energia - petrolio, gas, ecc. - la cui vendita è, per ora, quasi esclusivamente fatturata in dollari, senza tener conto della loro "nazionalità", è istruttivo. Come d'altra parte comincia a essere altamente significativo che sono sempre di più i paesi (in genere quelli in conflitto con l'imperialismo Usa) che stanno cercando di sostituire l'euro al dollaro proprio in tali transazioni. A ciò si aggiunga anche il problema delle risorse idriche per la produzione industriale di massa, e si capisce quale sia, in prospettiva, la gravità dell'intera posta in gioco.

Le aree che hanno l'una o l'altra risorsa di base in abbondanza, o comunque in condizioni di monopolio naturale, entrano direttamente nel giro della concatenazione del mercato mondiale. Ma il fatto che la strategia Usa sia stata consolidata dall'accettazione dell'economia cinese nell'Omc, non toglie che quella strategia debba ancora fare i conti con l'euro come nuova possibile valuta di riferimento, dato che per ora i dirigenti cinesi sembrano non disdegnare quest'ultima contro il dollaro. Ciò che potrà succedere dopo è tutto da scoprire.

Ma, per adesso, occorre tener presente che la maggior parte delle "nuove economie" - coinvolte nelle crisi, di origine Usa - operano tuttora nella zona d'influenza economica di quell'imperialismo. Ma, al di là di codesta appartenenza geografica, praticamente tutti quei paesi hanno gravitato nell'area valutaria del dollaro, al quale di conseguenza le monete locali sono state necessariamente vincolate (con un rapporto di cambio fisso o quasi - "ancorate", come si è detto) per tutte le transazioni fondamentali.

L'ancoraggio al dollaro da parte di valute minori ha già svolto però il duplice effetto dianzi citato, circa un primo crollo del dollaro stesso (il cosiddetto "effetto Plaza") che ha portato quelle monete a forti svalutazioni reali, seguìto da una rivalutazione dello stesso nel momento in cui l'inversione delle condizioni monetarie Usa ha "rappresentato" l'inversione stessa del flusso dei capitali. In simili condizioni, alle monete ancorate al dollaro vengono - e sono venute - a mancare le condizioni di quell'ancoraggio e vanno alla deriva. Migliaia di milioni di riserve valutarie denominate in dollari sono spesi nel vano tentativo di resistere agli attacchi speculativi. La scelta divergente da parte della Cina è fondata sugli esiti di tale esperienza, con la precisa volontà cinese di non crescere capitalisticamente come dipendenza del potere Usa.

Infatti, a seguito dell'eccesso di sovraproduzione dell'imperialismo Usa nel mercato mondiale, in conseguenza del monopolio entro l'area valutaria che porta il nome del dollaro, è inevitabile che la pressione speculativa esercitata attraverso il dollaro [il cosiddetto "surriscaldamento"] stesso si propaghi su tutti i mercati finanziari e sulle altre valute, mandandole a turno in crisi. Perciò, "di fronte a pesanti vendite di obbligazioni locali da parte di investitori stranieri, la liquidità dei mercati finanziari di parecchi paesi può essere messa in seria difficoltà" - concludeva "profeticamente", nell'ormai già lontano marzo `95, il Fmi. Ecco chi fa le "bolle".

La prospettiva è, in conclusione, assi più complessa, drammatica e conflittuale: qui si gioca l'intera prevalenza sul mercato mondiale, soprattutto attraverso i poli imperialistici e conseguentemente anche tra di essi, di cui la contesa tra area del dollaro e area dell'euro è forse oggi la massima espressione. Detto in altri termini: il dollaro rimane la valuta mondiale principale di riferimento e riserva per le transazioni capitalistiche (in tutte le tre forme - monetarie, produttive e mercantili), anche se è sceso ora sotto la metà delle transazioni stesse; mentre l'euro gli è secondo, essendo salito quasi a un terzo di esse, quindi ancora a una certa distanza. Senonché, con l'ingresso assai probabile nell'euro della sterlina (sia pure a far da "elastico" col dollaro) e di altre valute minori, e con il trasferimento possibile di notevoli aree di transazione dal dollaro all'euro stesso, il primo verosimilmente diminuirà la propria rilevanza a favore del secondo.

Ma se una simile diminuzione avviene, essa non si verifica per caso, poiché non può che corrispondere a una perdita di controllo proprio sulla produzione di quelle "merci come denaro perituro". E di qui quella concatenazione che dal dominio trasversale sulla produzione mondiale, attraverso il potere militare e politico, porta alla superficie del controllo valutario - oggi ancora a favore dell'area del dollaro, ma con gravi crepe nella pretesa di rilancio della "dollarizzazione" del mercato mondiale - potrebbe venir meno. Il nuovo ruolo degli stati nazionali (attraverso governo, apparato militare e banche centrali più borse) nella fase transnazionale dell'imperialismo capitalistico è perciò proprio questo.

In ultima analisi, infatti, la politica valutaria è decisa strategicamente dalla banca centrale di un "sovrastato", ora Usa o Ue (e di qui l'importanza futura della Cina, tutta da definire). Tale politica è svolta a partire da quel cuore produttivo che sia comunque controllato, direttamente o indirettamente, da uno o dall'altro sistema "imperituro" di denaro-capitale, per "ristabilire violentemente l'unità" perduta, in maniera che sulla base di tale potere economico il sovrastato vincente - ammesso che ne emerga uno nell'immediato, periodi di passaggio a parte - sia messo in grado di esercitare anche tutto il potere politico e militare.

 

 

 

Economia marginale del Mezzogiorno e Reddito Sociale Minimo - Girodivite - n° 50 / febbraio 1999 - Politica, Italia meridionale, Lavoro

di Luciano Vasapollo (www.pplink.org/proteo - Docente di Statistica Aziendale e di Economia Aziendale, Facoltà di Scienze Statistiche, Università "La Sapienza" di Roma, Direttore Scientifico dei Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali (CESTES)-PROTEO; membro del Centro Interuniversitario Ricerche Paesi in via di Sviluppo (CIRPS); membro dei Comitato Scientifico dell' (OPASS) Osservatorio Permanente sull'ambiente e lo Sviluppo Sostenibile). - Questo testo, con cui introduciamo presso i nostri lettori al dibattito sul reddito sociale minimo, è stato pubblicato all'interno del sito di Torre di Babele che aderisce, insieme a Girodivite, al circuito dell'Osservatorio Meridionale.

 

I periodi dello sviluppo economico dei nostro Paese hanno creato una crescente differenziazione territoriale e sociale, con conseguenti fenomeni socio-economici che trasformano e modificano i rapporti centro-periferia in chiave geografica, e soggetti garantiti-non garantiti in chiave economica, accrescendo la schiera delle nuove marginalità, delle esclusioni, delle nuove povertà. La geografia e i modelli della struttura economica complessiva del Paese permette un confronto tra sistemi produttivi locali fra loro diversi, fra nuovi soggetti che scaturiscono da tali processi. Si tratta di processi che necessitano di una diversa e più articolata documentazione statistico-economica e di una più attenta lettura socio-politica avendo bisogno di nuove logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi di impostazione industrialista. Dal dopoguerra ad oggi si possono individuare molti modelli geografici e sociali dello sviluppo economico; in particolare si nota il passaggio da un modello di progressiva concentrazione territoriale della produzione, del reddito e della popolazione, ad un modello di diffusione locale delle dinamiche di sviluppo che ha interessato aree a rilevanza intermedia. Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico sono soprattutto trasformazioni che nascono dalla continua interazione del terziario con il resto del sistema produttivo nate dall'esigenza di ridefinizione produttiva e sociale dei capitale.

Depolarizzazione produttiva; sviluppo economico-demografico non metropolitano; deindustrializzazione accompagnata da processi di delocalizzazione e decentramento territoriale; deconcentrazione produttiva caratterizzata dalla diminuzione delle dimensioni d'impresa, dalla deverticalizzazione e scomposizione dei cicli produttivi; formazione e sviluppo di sistemi produttivi 1ocali accompagnati da alta specializzazione, piccola dimensione, interrelazioni produttive. Tutto ciò non deriva da una natura "fisiologica" del processo di diffusione territoriale, poiché questa invece va vista come il risultato di alcune contraddizioni dei modello di sviluppo del dopoguerra e degli anni '70 poi e poi degli anni '80. Le particolari condizioni esogene ed endogene alle aree di "diffusione", i processi di ridefinizione del modello e del progetto del capitalismo italiano determinano aree territoriali a valenza socio-economica che si modellano in funzione delle necessità di ristrutturazione delle dinamiche d'impresa.

Una ristrutturazione capitalistica che, almeno apparentemente, dimostra di reggere all'impatto sociale e occupazionale provocato dalle politiche deflazionistiche volute dall'accordo di Maastricht. Ciò soprattutto perché i livelli di marginalità sociale e la crescita dei tassi di disoccupazione hanno colpito soprattutto il Sud. Basti pensare che nel Mezzogiorno si ha un tasso medio di disoccupazione vicino al 25%, ed in molte aree il tasso di disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 25 anni) supera il 60%. A ciò bisogna associare un vero e proprio crollo degli investimenti industriali verificatesi in questi ultimi 3-4 anni che si è accompagnato ad una caduta verticale degli investimenti pubblici in opere infrastrutturali. La chiusura del ciclo del "puro assistenzialismo" e dell'intreccio perverso politica- affari che si era determinato intorno alla Cassa per il Mezzogiorno e dell'Agenzia del Dipartimento, hanno di fatto determinato la chiusura di qualsiasi intervento ordinario o straordinario in favore di forme più o meno articolate di sviluppo del Meridione.

Anche le politiche intraprese in questi ultimi due anni dal Governo dell'Ulivo sono state orientate esclusivamente agli incentivi di impresa, alla riduzione del costo del lavoro, alla riproposizione più o meno velata delle gabbie salariali. Tali scelte macroeconomiche sono giustificate da una ipotetica nuova fase di sviluppo meridionale derivante dalla capacità di attirare investimenti industriali e risorse imprenditoriali, in modo da ridurre la divaricazione fra modalità dello sviluppo del Nord Italia e quelle del Mezzogiorno. Ma in realtà tali politiche non hanno portato, e non possono portare, a ridurre gli squilibri Nord-Sud né ad una diminuzione delle fasce di povertà assoluta o relativa dando luogo invece a forme di superamento della dicotomia dello sviluppo italiano causato sia dalla diversifícazione economica delle regioni intermedie e dal rallentamento di quelle avanzate sia, soprattutto, evidenziando la nascita di nuovi soggetti sociali ed economici marginali ed emarginati. Si va approfondendo così il solco fra un Paese ricco e settori sempre più vasti di popolazione esclusa, precarizzata, vicino alla soglia di povertà; masse sociali spesso rese da tali processi di sviluppo talmente emarginate e povere da essere considerate fra i "nuovi miserabili" nella società dell'opulenza e dello sviluppo a tutti i costi incentrato sul profitto e i parametri di efficienza dell'impresa.

Il risultato più immediato della via italiana al modello di sviluppo neoliberista è l'aumento della disoccupazione che si va trasformando in strutturale, incrementando la schiera dei disoccupati "invisibili", non ufficiali, precarizzando la qualità del lavoro e della vita di chi con tale sistema non riesce ad emergere ed arricchirsi. Non è un caso che negli ultimi sei anni nel Centro-Nord si ha un tasso di occupazione irregolare nell'industria intorno al 12% del totale dei lavoratori mentre nel Sud tale percentuale raggiunge il 50%, con picchi di oltre il 55% in Sicilia e del 63% in Calabria. Tali percentuali invece di essere utilizzate per dimostrare la mancanza di solidità e la precarizzazìone assoluta di ogni forma di sviluppo nel Mezzogiorno, vengono spesso citate da autorevoli fonti istituzionali per dimostrare la cosiddetta "vitalità, creatività, e capacità di arrangiarsi" di un popolo meridionale capace di darsi autonomamente delle possibilità di crescita e di autorealizzazione. Nei fatti il Mezzogiorno diventa un'area economico-territoriale utilizzata come laboratorio per sperimentare le forme più povere dell'economia marginale, per realizzare cioè quelle fasi del ciclo produttivo industriale a più basso contenuto di conoscenza, formazione e informazione, cioè quelle forme di lavoro a forte caratterizzazione manuale e prive di garanzie e diritti. E' invece nel Nord che continua a svilupparsi quell'industria moderna affíancata da un terziario avanzato ad alto contenuto di risorse immateriali, caratterizzando così le regioni settentrionali in una maggiormente dinamica e diversa collocazione economico-produttiva e socio-culturale.

Esiste quindi una stretta correlazione tra fenomeni economici e fenomeni sociali; non è un caso che nel tanto decantato Nord-Est convivono forme di aristocrazia operaia, superspecializzata e ben pagata, che identifica i propri destini con quelli dell'imprenditore, e forme di lavoro sottopagato, senza garanzie, lavoro nero, precario e flessibile anche nella remunerazione oltre che nei tempi e nei modi di lavoro. Si spiega così, e non solo nella dicotomia Nord-Sud, il carattere dualistico dello sviluppo italiano, che sconta sottosviluppo in molte sue parti territoriali e sociali in funzione dei modi di accumulazione dei capitale che si correla allo sviluppo ritardato e dipendente del capitalismo italiano rispetto al resto dell'occidente. La ristrutturazione capitalistica ha di fatto dissolto le grandi fabbriche dove meglio si organizzava l'antagonismo di classe, queste sono di fatto smantellate e divise nei distretti, nelle imprese-rete, nelle filiere, nei reparti produttivi diffusi nel territorio.

In tale processo dì ristrutturazione il Mezzogiorno gioca un ruolo subalterno, non soltanto nei confronti dell'industria italiana, ma anche rispetto ai processi di innovazione tecnologica tipici dì tutti i settori più avanzati dell'industria mondiale. Il Meridione, di fatto è il laboratorio dell'economia marginale e sommersa, delle lavorazioni materiali, del lavoro nero, del lavoro sottopagato, del precariato, del lavoro irregolare e della schiera enorme di disoccupazione pronta a lavorare a qualsiasi costo e a qualsiasi condizione. All'interno delle dinamiche complessive dell'economia marginale diventa centrale, quindi, il rapporto, le relazioni che tutte le strutture dell'economia stabiliscono con la realtà produttiva meridionale. Relazioni che mutano nel tempo ma che continuano a configurare rapporti funzionali da sottosviluppo, realizzati in maniera specifica per l'evoluzione dei sistema in altre aree del Paese, per la riproduzione e l'espansione della struttura centrale dell'economia. Si passa così dalla funzione attribuita al Mezzogiorno di serbatoio di manodopera e calmiere del costo dei lavoro, di regolazione delle contraddizioni sociali e produttive, alla considerazione di area di vendita, di area di sperimentazione della flessibilità del lavoro e del salario, della sperimentazione di incentivi e sostegno redistributivo ad aziende che vedono contrarre i profitti in campi tradizionali. E' nel Sud che continuano le diverse "prove di sfruttamento" a partire dalla riduzione del costo del lavoro, di un lavoro sommerso, di un lavoro irregolare e senza diritti, senza sicurezza, che significano già di per sé incrementi spropositati di profitto e di coercizione di tutti i lavoratori occupati e non. E' così che avviene la collocazione del nostro Mezzogiorno in quell'area industriale a forte disoccupazione e precarizzazione, a lavorazione materiale non garantita da affiancare alle altre aree del supersfruttamento del lavoro come l'Albania, i paesi dell'Africa Mediterranea, la Turchia.

I processi di marginalizzazione dell'economia meridionale rispondono, allora, al progetto della globalizzazione dell'economia, che ha costretto il capitalismo ad una scelta di modello di sviluppo distribuito sul territorio e fondamentalmente basato su forme sempre più pressanti di terziario implicito ed esplicito, veicolando il consenso alle forme di produzione diffusa con la conseguente precarizzazione del lavoro e frammentazione dell'unità di classe. A questo proposito un elemento di fondamentale rilievo diviene il ruolo assunto dalle piccole e medie imprese nel Mezzogiorno. Queste sono protagoniste di un ipotizzato sviluppo meridionale, che viene gestito in funzione della loro specializzazione e capacità autopropulsiva basata sulle nuove forme di "cottimizzazione" generalizzata del lavoro e sul massiccio ritorno al lavoro nero alla precarizzazione, alla flessibilità produttiva, del lavoro e dei salari.

Tutto ciò è certamente il risultato di un rapporto di dominanza con vere e proprie caratteristiche di colonizzazione delle aree meridionali; si tratta di un vero rapporto espropriazione-appropriazione, di supersfruttamento del lavoro, in cui le localizzazioni delle aziende madri mantengono le funzioni strategiche e più redditizie del ciclo di produzione/commercializzazione. La conseguenza è che quando si decidono processi di localizzazione produttiva nel Meridione, molto spesso si allocano stabilimenti e ditte affiliate, mentre i centri direzionali sono in altre zone, determinando anche nelle produzioni tradizionali una manifesta debolezza a cui corrisponde la precoce mortalità di tantissime filiali e la fine di molte imprese; sopravvivono solo alcune piccole o piccolissime imprese a forte caratterizzazione produttiva locale, che si rassegnano ad una situazione di micro-mercato accogliendo gli effetti della logica residuale.

A tale logica si può rispondere ridefinendo il ruolo di uno Stato occupatore e di un diverso modello di sviluppo, non basato sui parametri classici della crescita capitalistica e dell'incremento forzoso della produzione di merci. Ed è proprio a partire dal Meridione che si possono ridefinire lavori di forte interesse sociale e a forte connotato di pubblica utilità, creando occupazione finalizzata a produzioni non necessariamente di carattere mercantile e che anzi rivalorizzino il capitale umano e le risorse immateriali a partire dai nuovi bisogni di un Mezzogiorno che vuole riqualificare le sue potenzialità. Per far ciò è necessario che nel Sud si riattivino gli investimenti pubblici non solo a carattere strutturale, ma soprattutto quelli di una diversa e moderna produzione industriale e soprattutto di servizi, e ciò attraverso uno sviluppo solidale ed eco-socio-compatibile che non può realizzarsi a partire esclusivamente da alcuni imprenditori isolati anche se dotati di una certa predisposizione verso uno sviluppo economico a particolari connotati sociali, o dal tanto decantato ma falso sviluppo imprenditoriale del "fai da te".

Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando soprattutto il sistema socio-economico meridionale sono anche, e forse soprattutto, trasformazioni nell'essere e nell'interagire dei nuovi soggetti produttivi del lavoro e del non lavoro, del lavoro negato, di tutti i nuovi soggetti sociali antagonisti in genere, e ciò non è possibile leggerlo solo attraverso analisi ancora basate sulle vecchie considerazioni socio-economiche legate alle antiche interpretazioni della "questione meridionale". Un profondo processo di trasformazione di questo tipo deve necessariamente portare a riconsiderare le vecchie categorie economiche, i vecchi soggetti produttivi, le politiche economiche ormai di stampo antico perché superate dall'evoluzione dei tempi. L'analisi va quindi riportata sul piano delle relazioni industriali ma soprattutto sociali; si individuano così i caratteri strutturali della disoccupazione e del lavoro negato nei sistemi produttivi locali meridionali basati sul lavoro senza diritti; sull'intensificazione dei ritmi e sull'elevata divisione del lavoro; sulla spinta alla distruzione del tessuto produttivo; sulla molteplicità dei soggetti economici locali, non garantiti, con rapporti di lavoro saltuario, con precarizzazione del lavoro e del reddito, sulla mancata costruzione e distruzione della professionalità dei lavoratori, accompagnata, per i lavori "più miseri", da commesse esterne con forte componente di lavoro nero e sottopagato; sulla diffusione dei rapporti "faccia a faccia" senza intermediazioni sindacali.

E' quindi a partire da tali nuove soggettualità dell'antagonismo sociale che si può riorganizzare l'unità di interessi del mondo del lavoro, la solidarietà e la forza che negli anni '60 e '70 la classe operaia si era data a partire dall'organizzazione in fabbrica. Al centro dell'iniziativa politica e sociale devono ritornare le associazioni di base, i comitati di quartiere, le forme organizzate del dissenso nel territorio, le organizzazioni dei lavoratori che non hanno scelto il consociativismo, ma che anzi pongano come immediato il problema del potere attraverso la distribuzione sociale del valore e della ricchezza complessivamente prodotta, riassumendo nel contempo i nuovi soggetti della trasformazione sociale, le nuove povertà, le fasci deboli della popolazione, come definizione di una ricca risorsa dell'antagonismo sociale. Allora nell'ambito di un programma minimo per l'antagonismo sociale va immediatamente capito che l'incremento di produttività è ricchezza sociale che può garantire il soddisfacimento di nuovi bisogni, redistribuendo socialmente l'accumulazione di capitale, e lanciando un programma d iniziativa che entro pochi anni possa portare alla giornata lavorativa a parità di condizioni, di 15 ore e non di 35!

E' così che possono essere recuperati in termini redistributivi gli immensi incrementi di produttività che si sono realizzati in particolare in questi due ultimi decenni, rivendicando da subito una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario reale, ponendo le basi per creare nuova occupazione a partire da lavori a compatibilità sociale e ambientale e di pubblica utilità con pieni diritti e piena retribuzione, rafforzando nel contempo il Welfare State tramite incrementi delle entrate del bilancio pubblico determinate dalla tassazione dei capitali, in modo da poter inserire nella spesa sociale anche un Reddito Sociale Minimo europeo da distribuire ai disoccupati, ai precari, ai marginali.

Non si tratta quindi di richiedere quel minimo vitale a carattere etico e filantropico che può assumere la forma di salario minimo o reddito garantito, ma si vuole imporre semplicemente il pieno riconoscimento della forma sociale del salario riferito all'intera classe lavoratrice e storicamente determinato e derivato dai rapporti tra lavoro e capitale. E' per questo che tale diritto preferiamo individuarlo con il nome di Reddito Sociale Minimo, è su tale proposta che il nostro Centro Studi (CESTES-PROTEO) in collaborazione all'Associazione Progetto Diritti e all'Unione Popolare ha lanciato una battaglia culturale, politica e sociale, che vuole avere dimensioni europee, a partire da una proposta di legge di iniziativa popolare. Ci sembra quindi un obiettivo minimo, praticabile, quello di aprire una battaglia, una iniziativa di dibattito e di lotta, che realizzi la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro sull'intero arco di vita del lavoratore a parità di salario e con controllo dei ritmi e della condensazione dei lavoro, realizzando così un milione di posti di lavoro ripartendo anche da produzioni non mercantili e dalla ridefinizione di uno Stato occupatore; recuperare almeno 50 mila miliardi annui dalla tassazione dei capitali da destinare al Reddito Sociale Minimo.

 

 

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