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IL CONFLITTO TRA AREE VALUTARIE
sulla fine del monopolio del dollaro e l'ascesa dell'euro
Gianfranco Pala
Tutte le merci sono denaro perituro;
il denaro è la merce imperitura.
Il denaro è originariamente il rappresentante di tutti i
valori;
nella prassi. la cosa si rovescia,
e tutti i prodotti e i lavori reali diventano i rappresentanti
del denaro.
L'unità si ristabilisce violentemente.
[Karl Marx, Aforismi, Lineamenti]
Dopo trent'anni di crisi irrisolta, il capitale è giunto a uno
dei suoi massimi livelli di "schizofrenia". Mentre alcune
imprese credono di accumulare, per altre il galoppare della crisi
è palese; così pure alcuni paesi, in evidente situazione critica,
annunciano prossime quanto improbabili riprese, che risultano essere
ai danni di altri paesi dominati. Quello che viene dato - o viene
fatto credere che sia dato - con una mano è tolto con l'altra; la
lotta tra i "fratelli nemici" del capitale raggiunge il
suo acme. Insomma, si è in una fase che la vulgata definisce "globalizzazione",
ossia sviluppo al massimo grado della potenzialità del mercato mondiale.
In altri termini, si è in un momento in cui la forma transnazionale
del capitale monopolistico finanziario comincia ad abbattere tutti
i confini geografici dei vecchi stati nazionali storici. Ma lo fa
in un preciso senso economico - non certo quale banale "autonomia
del politico", anarchia dell'impero si direbbe, come vorrebbe
l'ultimo grido del post-operaismo di ispirazione francescana - e
perciò l'abbattimento dei confini "geografici" dei paesi
non annulla ma ridefinisce i compiti degli stati nazionali.
La concatenazione transnazionale che ha cambiato la configurazione
della lotta interimperialistica, non più rigidamente suddivisa per
prevalente appartenenza statuale, risulta nella richiesta di un'accresciuta
capacità di penetrazione del capitale nel mercato mondiale. Perciò
la predeterminazione di aree valutarie di riferimento supera in
importanza la mera collocazione storica geografica dell'investimento;
lo sviluppo preferenziale di alcune anziché altre piazze finanziarie
trae da qui una spiegazione possibile. Oggi la cosiddetta "dollarizzazione"
Usa è intrinsecamente contraddittoria, proprio perché avviene in
una fase di crisi, anziché in quella fase di crescita che fu dovuta
alla lunga ricostruzione postbellica. Quindi il tentativo di imposizione
transnazionale del dollaro come valuta privilegiata, se non unica,
per alcune transazioni, cerca di agevolare l'accumulazione di capitale,
proprio perché - in un mercato "mondializzato" - essa
non è nazionale (pur avendo "base" Usa centralizzata)
ma transnazionale.
Così oggi è più che mai evidente come tutto questo vada al di là
della circolazione geografica puramente monetaria. Sarebbe perciò
un grave errore ritenere, com'è diffuso costume, che gli elementi
monetari e valutari siano soltanto una superfetazione, separata,
delle strategie industriali produttive. Ma, da un lato, si pongono
in risalto i caratteri di una disperata rincorsa dell'"economia
reale" nell'attuale nuova divisione internazionale del lavoro
- ovverosia, filiere di produzione, dislocazioni, esternalizzazioni,
subfornitura a scala mondiale, "corridoi" euroasiatici
e altro, "vantaggio competitivo" (come direbbe Porter),
centralizzazione e trasformazione degli assetti proprietari internazionali,
con rovesciamento del ruolo tra organismi sovrastatuali e stati
nazionali, privatizzazioni se reputate efficaci, ecc. D'altro lato,
si evidenziano quelli di un'"economia monetaria" che cerca
di procedere alla ridefinizione egemonica delle suddette aree valutarie
di riferimento significativo per il mercato mondiale "unificato".
Senonchà il collasso del dollaro, che si è concretizzato con il
palesarsi trentennale della crisi, è corrisposto in quel momento
alla fine dell'accumulazione Usa e della corrispondente "dollarizzazione"
di fatto del pianeta. Oggi tale crisi è stata finalmente smascherata
dai recenti crolli borsistici, connessi a quanto veniva propagandato
intorno a "nuove economie", "globalizzazioni",
"virtualità" e presunzioni di arricchimento senza limiti,
accompagnati da false riprese delle aree più rilevanti dell'imperialismo
transnazionale.
La tematica delle aree valutarie, sullo sfondo di un maldestro
tentativo di ritorno a una "dollarizzazione" di fatto
di parti crescenti del mercato mondiale, di contro alle perduranti
incertezze dell'euro (con lo yen per ora fuori gioco, in attesa
dello yuan cinese che potrebbe in prospettiva costituire addirittura
un'area valutaria sostitutiva o concorrente), si pone per individuare
nel dettaglio quali elementi di costo siano espressi in dollari
e quali in euro e in quale valuta quindi si presentino in divenire
anche i prezzi di vendita. Da quanto precede si possono dedurre
alcuni argomenti chiave. La struttura attuale dei costi di produzione
(soprattutto, ma anche, in subordine, dei costi di circolazione)
delle varie catene, o cordate delle filiere, nelle diverse aree
valutarie, piuttosto che nelle zone o sfere di influenza dei contrapposti
poli, include l'effetto valutario di riferimento nelle fatturazioni,
implica la riorganizzazione, centralizzazione più decentramento,
del sistema produttivo industriale su scala mondiale, con conseguente
ricomposizione internazionale di tutto il lavoro dipendente (e qui
occorre raccogliere quanti più dati di informazione sia possibile).
Per tal via, si afferma l'ideologia del neocorporativismo quale
forma suprema di controllo mondiale e repressione del conflitto.
In altri termini, continuare a riferirsi soltanto alla separatezza
e contrapposizione dei "poli" imperialistici, in quanto
tali, può trarre in inganno. Le "aree valutarie" invece
- pur muovendo da una sede fisica ben individuabile, e tutt'altro
che "deterritorializzata", alla quale corrisponde necessariamente
la strategia politica economica di egemonia sul mondo - attraversano
l'intero mercato mondiale. Così, attualmente, una grande impresa
transnazionale la quale, magari dopo una fusione, operi contemporaneamente
nei tre "continenti" imperialistici, può ancora decidere
su quale valuta fare aggio. In questo senso è più adeguato al concetto
di imperialismo transnazionale - proprio in quanto acquisizioni,
fusioni e investimenti all'estero delle imprese medesime - ciò che,
da un lato, permane nelle strutture produttive esistenti nelle diverse
dislocazioni o in nuove installazioni, e, dall'altro, sposta la
propria gravitazione nell'area valutaria (valuta di riferimento
per costi e prezzi) più favorevole, indipendentemente dalla localizzazione
territoriale.
Ecco perché una seria versione dell'universalizzazione del mercato
corrisponde all'adeguamento del capitale al suo stesso concetto,
conseguibile nella sua forma che è, appunto, mondiale. Ma è precisamente
questo il motivo per cui, senza più frontiere effettive (anche se
per lungo tempo ciò sarà ancora solo potenziale), il capitale non
può sottostare ai vincoli artificiosi e aconcettualmente dovuti
ai propri confini fisici, ancorché di grandezza continentale. Attraverso
concatenazioni varie esso brama ad adeguarsi proprio a quel concetto.
Dunque, se non ci si rabbassa vergognosamente alla vuota genericità
delle mène della "globalizzazione" (pro o contro), l'allargamento
senza limiti del mercato mondiale vanifica la rigida separazione
tra poli imperialistici, con le rispettive monete, perché a esso
non può che corrispondere l'estensione conflittuale delle aree valutarie
di riferimento [ed è ciò che accadde a Bretton Woods, durando poco
più di un ventennio, alla fine della II guerra mondiale a esclusivo
favore degli Usa e della loro valuta, il dollaro]. Le aree valutarie,
per l'appunto, non riguardano la spesa di reddito (per quanto enorme
possa essere) ma il pagamento in conto capitale (ossia gli investimenti
per dominare il mondo); altro che domanda! Il piano del gen. Marshall
era un programma di penetrazione del capitale Usa, fatto passare
sotto la denominazione di "aiuto"; eliminata sul nascere
l'ex Urss, invero economicamente assai più debole, si affermò così
l'area valutaria del dollaro - l'unica allora esistente e dominante
per venticinque anni!
Il possibile dilemma su quale riferimento monetario mondiale fosse
da scegliere non sussisteva neppure nell'epoca del secondo dopoguerra,
con il dollaro come unica valuta riconosciuta per i pagamenti internazionali,
e quindi con tutte le monete "ancorate" al dollaro stesso
(dollar standard e gold exchange standard basato sulla convertibilità
della moneta Usa). Oggi, invece, la cosiddetta "dollarizzazione"
di gran parte (crescente) dell'economia mondiale - il cosiddetto
currency board 1 a 1 col dollaro - è un preciso obiettivo che l'imperialismo
Usa vuole perseguire. Sicché, il fatto che ha dato l'avvio alla
propaganda della "globalizzazione" è che proprio quella
trentina d'anni fa - tra un ferragosto e l'altro nel 1970 e 1971,
tra svalutazione e inconvertibilità del dollaro - il sistema valutario
internazionale stabilito a Bretton Woods nel 1945 crollò. Quel sistema
valutario, si ricordi bene, non era semplicemente un fatto "monetario",
poiché rispecchiava compiutamente sul mercato mondiale l'egemonia
produttiva a base Usa. Insomma, il carattere finanziario del capitale
monopolistico non tradiva i suoi aspetti imperialistici, ben noti
già allora da mezzo secolo, in cui la sfera monetaria procede simbioticamente
con quella produttiva, avvalendosi del pieno appoggio statale (con
gli Usa, a quel momento, in testa) e sovrastatuale (organismi di
Bretton Woods, appunto, a cominciare da Fmi e Bm, col supporto provvisorio
del Gatt).
Dunque, anche allora l'intera soluzione valutaria di quella fase,
come sempre d'altronde, altro non rappresentava se non l'aspetto
monetario del sistema produttivo mondiale, nell'ambito del capitalismo
monopolistico finanziario. Solo adesso, gli imbelli "guru"
della finanza, visto che sotto l'incalzare della crisi mondiale
la speculazione non poteva che arenarsi, vanno via via riscoprendo
i cosiddetti "fondamentali" - ossia, l'economia reale.
E questa "economia reale" che cos'altro è se non la spasmodica
e violenta ricerca di pieno controllo del mercato mondiale da parte
dell'imperialismo Usa, l'individuazione delle aree di investimento
più proficue e l'estensione dell'area valutaria del dollaro oltre
i confini puramente geografici degli stati? Perfino Alan Greenspan
[il governatore della Fed] si è mostrato ogni giorno più preoccupato
della situazione di crisi (necessariamente monetaria, nella sua
apparenza iniziale). Il decentramento produttivo connesso al processo
di ristrutturazione e di centralizzazione è stato la mossa - reale,
non monetaria fittizia - inevitabile e indispensabile, ma ciò non
è bastato per venire a capo della crisi.
Sono queste le ragion per cui, in una fase come l'attuale, riemerge
centrale la contraddizione tra produzione e circolazione (del plusvalore),
la loro inseparabilità, separazione violenta e ricomposizione forzata
[cfr. Quiproquo, no.79 e, qui, il successivo]. Il denaro come capitale
conferma un suo specifico ruolo (affatto diverso, come si è detto,
rispetto al denaro come reddito), il quale affonda le proprie radici
nelle questioni generali e qualitative che contrassegnano l'economia
mondiale. L'insistere trasversalmente su una o su un'altra area
valutaria - indipendentemente dal polo imperialistico d'appartenenza
o dalla zona geografica d'influenza - è capace di determinare spostamenti
rilevanti delle strategie industriali, commerciali e bancarie assicurative
dei grandi gruppi interessati; la qual cosa, pertanto, non solo
procede, in un certo senso, scissa dalla "base nazionale"
di prevalente provenienza del capitale finanziario in questione,
ma ha la potenzialità pratica di articolarsi in diversissimi luoghi
di provenienza e destinazione, conformemente alla minimizzazione
dei costi, ovvero rispetto alla massimizzazione dei profitti.
Il dominio valutario, pertanto in conformità al concetto mondiale
di capitale, torna a essere gerarchicamente superiore in rango rispetto
alla semplice base di provenienza nazionale di ciascun capitale
stesso. La situazione attuale - essendo più semplice e logica di
quella determinatasi con la soluzione, empiricamente rilevante,
data alla divisione internazionale del lavoro a séguito dell'esito
della II guerra mondiale - è per ciò stesso più contraddittoria
di quella. Come si è accennato, a quell'epoca, il capitale dell'imperialismo
definito "multinazionale" - perché operante in molte nazioni,
ma proveniente sostanzialmente da una sola fonte - mostrava un'egemonia
assoluta in ragione della propria provenienza, nel caso specifico
Usa, ed è solo per ciò che il dollaro rappresentava l'unica valuta
riconosciuta universalmente per gli scambi internazionali. In simili
condizioni neppure si poneva la questione di una divergenza tra
aree geografiche e aree valutarie. Allora, dunque, il dominio valutario
del dollaro era indiscusso, proprio come la superiorità economica
dell'imperialismo Usa.
Senonché oggi le circostanze sono mutate. Alla multi-nazionalità
dell'operatività del capitale, tipica della fase, relativamente
breve ma molto stabile, del ventennio Usa del secondo dopoguerra,
è subentrata la trans-nazionalità delle basi stesse di provenienza
della partecipazione agli investimenti, caratteristica sempre più
straripante dell'affiancamento di altri poli imperialistici all'egemonia
Usa in evidente contraddizione. Dopo la crisi della fine degli anni
1960 - con la rammentata invalidazione degli accordi di Bretton
Woods - proprio la flessibilità dei cambi, connessa all'instabilità
del dominio mondiale e della corrispondente divisione internazionale
del lavoro, è stata il sintomo che ha evidenziato lo spiazzamento
dell'intero sistema di potere economico, col rispettivo sistema
valutario. È dopo il 1970 che, palesatasi la crisi, la storia è
cambiata: fin da allora - non dopo l'11 settembre 2002 - si sarebbe
dovuto dire "nulla sarà più come prima"!
La produzione su scala mondiale avviene ormai in pratica necessariamente
attraverso tutti i paesi, da parte di capitali senza più confini
di appartenenza, mentre anche la circolazione deve soddisfare le
esigenze paganti (investimenti più consumi) di quanti possano disporre
della valuta richiesta. L'insieme di simili circostanze transnazionali
fa sì, allora, che l'effettivo controllo dei capitali (operanti
o anche speculativi) non dipenda più dal "luogo" in cui
il particolare capitale risiede e da cui promana nelle "molte"
nazioni, com'era nella classica fase nazionale statuale dell'imperialismo,
ma conduca a trasferire il reale potere degli stati dominanti all'esito
della supremazia nel conflitto tra le valute, di cui ciascuna aerea
di riferimento mondiale è in ultima analisi messa nelle mani delle
banche centrali, delle borse e dei governi di quegli stati nazionali
imperialistici i quali ridefiniscono in questa maniera il loro specifico
ruolo. Così, l'apparente contraddittorietà della centralizzazione
strategica finanziaria [holding] e del decentramento operativo produttivo
riporta alla rammentata problematica del rapporto tra costi di produzione
e prezzi di vendita dei prodotti ottenuti (tanto beni finali, quanto
prodotti intermedi).
L'attenzione portata sull'effetto valutario delle differenze possibili
di costi e prezzi è tale da verificare i propri effetti direttamente
sul tasso di profitto (non sul plusvalore prodotto). È per questo
che attraversa indistintamente circolazione e produzione, ma in
maniera tale che la riduzione dei costi di circolazione (false spese
- faux frais - di produzione) possa risultare indirettamente determinante
anche per le strategie produttive. Di qui, l'attuale rilevanza transitoria
dell'attenzione capitalistica rivolta all'economia fatta anche nella
sfera della circolazione: sia attraverso quella definibile "ordinaria",
sia mediante la circolazione, per così, dire "forzata"
(in realtà, produzione vera e propria poiché coinvolge la subfornitura),
imperniata sullo scambio ineguale con i paesi dominati (attraverso
la ripartizione dispotica - saccheggio o rapina - del plusvalore
mondiale, che è pressoché dato, statico o insufficientemente dinamico).
Sicché, un vantaggio dal lato dei costi si ha per effetto delle
minori spese (vere o "false") di produzione; ossia, tanto
quelle inerenti propriamente alla (sub)produzione, quanto quelle
che incidono attraverso la circolazione. Dunque, l'allargamento
della scala di attività del capitale non influisce solo sui costi
di circolazione propriamente detti, ma si estende all'economia concernente
tutti i costi d'impresa [quelli relativi a subfornitura e esternalizzazione,
agli albori del capitalismo, nei vari angoli del mondo via via conquistati
a questo modo della produzione sociale, coincidevano con l'azione
dei capitalisti detti "compradores"]. La capacità d'influenza
transnazionale di ogni moneta (dollaro in testa) è dunque legata
al controllo delle aree valutarie di riferimento. Come si fa a trasferire
la ricchezza prodotta altrove? Pagando i costi di produzione a livelli
più bassi, a esempio nelle valute locali, e vendendo a prezzi più
alti (la qual cosa, del resto, è regolarmente avvenuta nella storia
del capitalismo). Il caso attuale dell'Argentina, come si vedrà,
è tipico.
Codesta riduzione dei costi complessivi, se avviene solo sul versante
della circolazione, è di puro trasferimento, e non genera un aumento
netto di valore e di plusvalore prodotto. In altri termini - quando
ci si riferisce unicamente al tasso di profitto, la cui ciclica
caduta critica è ciò che i capitalisti intendono contrastare - un
simile effetto non agisce affatto sull'aumento del numeratore del
rapporto che definisce quel tasso, bensì è solo in grado di comprimere
il capitale anticipato come misura posta al denominatore, attraverso
la diminuzione di tutti i costi indistintamente. Vi è quindi un
limite "negativo", il quale può essere significativamente
allentato, comprimendo i costi che lo contengono, ma ciò comunque
si scontra, appunto, con quel limite stesso. Perciò, finché non
si allarga in "positivo" il plusvalore al numeratore -
ovvero, finché non riprende la vera e propria accumulazione di capitale
su scala mondiale - tutta questa azione dal lato dei costi può rappresentare
solo un palliativo.
In questo senso va riservata importanza strategica alla scelta
dei piani di produzione da parte delle grandi holding finanziarie,
per ciascun settore o meglio filiera. Tale strategia è infatti inerente
sia alla dislocazione dei costi (di produzione, subfornitura soprattutto,
ma anche circolazione vera e propria) nei diversi paesi dominati,
sia dei prezzi di vendita, a seconda dell'area valutaria cui ciascun
paese fa il proprio principale riferimento. Sicché, per esaminare
debitamente il bilancio - ovviamente consolidato - di tali holding,
occorre prestare la massima attenzione alla composizione dei costi
e alla definizione dei prezzi [la "catena del valore",
direbbero Porter e compari], per
valutare complessivamente il loro operare.
La concatenazione strategica, finanziaria innanzitutto, del grande
capitale monopolistico finanziario - transnazionale sì, ma pur sempre
con una base nazionale di partenza - riguarda tutte le aree del
pianeta. A conferma di ciò basta esaminare l'andamento dei più recenti
Ide (investimenti diretti all'estero) per vedere come essi siano
diretti, per i primi tre posti, a paesi come Usa, Gran Bretagna
e Francia (che non sono certo del così erroneamente detto "sud"
né tantomeno dominati o "sottosviluppati"). Gli Ide sono
fatti laddove è più basso il costo complessivo, non solo il costo
del lavoro (che raramente incide per più del 20% dei costi totali
per le grandi imprese, pur se certo non è poco). Segno è che la
dislocazione produttiva segue criteri ben più articolati, di cui
la facilità di manodopera (a scapito della sua abilità e produttività)
è soltanto uno degli elementi in gioco, che viene sicuramente dopo
la ricerca accurata del riferimento all'area valutaria (e fiscale)
più conveniente. Perciò la concatenazione in filiere - purché le
si spieghino con una "supervisione" strategica finanziaria,
e dunque valutaria oltreché produttiva - riesce a cogliere l'opportunità
di decentramento produttivo di segmenti del ciclo lavorativo, fino
al lavoro a domicilio, quando l'insieme delle circostanze, trasporti
e infrastrutture in genere, lo renda economicamente favorevole.
È qui perciò che subentra la questione dei costi: se siano pagati
in valute locali meno pregiate, rispetto ai prezzi finali di vendita,
ancora prevalentemente fatturati in dollari, per cui la differenza
che sorge dall'incidenza delle diverse aree valutarie si trasforma
in maggiori (o minori) profitti. Un recente documento del Fmi [a
cura di una sua "esperta", Carmen Reinhart] affronta assai
bene il problema delle aree valutarie. Naturalmente, la consulente
del Fmi non lega affatto la dinamica delle crisi con gli interventi
dello stesso Fmi e della Bm e con le scelte strategiche di politica
economica degli Usa [si pensi solo al ruolo di Korbel Albright nell'ultimo
periodo Clinton, dalla crisi dell'est Asia, alla destabilizzazione
russa, all'aggressione ai Balcani, per non parlare di Brzezinsky,
Kissinger, il Vietnam, la Polonia, il muro di Berlino, la guerra
del Golfo, e chi più ne ha più ne metta]. Tuttavia, la sua descrizione
della dominanza del dollaro - quale valuta di riferimento nel mercato
dei capitali, non solo in quello delle merci, in forma relativamente
indipendente dalla base di provenienza del capitale che lo impiega
- è assolutamente attendibile.
Le questioni più importanti circa le crisi finanziarie riguardano
perciò la rilevazione del rischio e la probabilità di squilibri
finanziari, siano essi crisi valutarie, o bancarie, o una combinazione
delle due; ed è soltanto dopo una di tali crisi che si riesce a
capire quanti debiti le imprese abbiano cumulato; a proposito del
regime dei cambi, perciò, in una fase di instabilità e crisi come
la presente, sembra oggi opportuno che i diversi paesi, soprattutto
se deboli e significativamente dominati, si orientino verso una
maggiore flessibilità piuttosto che seguire politiche di "ancoraggio",
ancorché morbido. In effetti, nella situazione definita di "ancoraggio
morbido", i motivi per cui i paesi emergenti, con una storia
di forte inflazione, e quindi con un corso dei cambi troppo mobile,
possono propendere per quella scelta sono prevalentemente determinati
dalla cosiddetta "paura della fluttuazione". Per le economie
asiatiche, la paura della fluttuazione può essere connessa direttamente
alla loro forte dipendenza dal commercio, che è denominato in dollari
e non nelle loro valute nazionali; la grande volatilità del corso
dei cambi ha per esse gravi implicazioni.
La paura della fluttuazione per i paesi "sommersi" [eufemisticamente
detti "emergenti"] è dovuta al fatto che essi tendono
ad assumere debiti esteri in valuta, la maggior parte dei quali
denominata in dollari. Infatti, anche se un governo locale decidesse
di emettere obbligazioni denominate in valuta nazionale, rimarrebbe
sempre il settore privato (banche e industrie) di quel medesimo
paese, quale che fosse la sua zona di influenza, il quale, di fronte
a differenziali dei tassi di interesse molto ampi, continuerebbe
a indebitarsi in dollari, qualora la propria banca centrale non
assecondasse le fluttuazioni del corso dei cambi, senza percepire
che ciò può aumentare la fragilità dell'economia del proprio paese.
È come un circolo vizioso che si riproduce attraverso il pregresso
indebitamento in dollari. Senonché, e proprio forse per una simile
trappola, dopo il collasso argentino, attualmente simili paesi preferiscono
lasciar fluttuare abbastanza liberamente il corso dei cambi della
propria valuta nazionale, con pochi controlli ritenuti essenziali,
senza legarsi al dollaro. Dunque, l'espressione strutturale della
lotta interimperialistica - ma qui ormai solo sotto il riguardo
della prevalenza di una o dell'altra area valutaria - condiziona,
col proprio esito, il tipo di soluzione impressa alla crisi generale
dell'intero sistema.
In tale ottica, perciò, è interessante sapere quale sia il punto
di vista del solito Fmi [attraverso un'altra sua "esperta",
Catherine Mann] che si limita a osservare come gli Usa finanzino
il loro disavanzo corrente prendendo a prestito dal resto del mondo
"quasi esclusivamente in dollari; la maggior parte dei capitali
che affluiscono negli Usa sono costituiti da Ide e da investimenti
di portafoglio; ma anche più del 90% del debito estero verso le
banche è in dollari, il che si riflette in un'accumulazione di patrimonio
Usa nelle mani di investitori internazionali". Ciò può andare
avanti - con un rischio sempre più grande di fare il "botto"
- finché gli Usa vogliano "sostenere un disavanzo commerciale
molto maggiore di quanto sia possibile per qualunque altro paese,
le cui obbligazioni (prevalentemente a breve termine, non solo bancarie)
siano denominate in valuta straniera", ossia, per la maggior
parte di essi, in dollari, e continuino a garantire agli investitori,
indipendentemente dalla loro nazionalità di appartenenza, alti rendimenti
coperti dal rischio. Qualsiasi possibile intervento sul corso dei
cambi, da parte delle banche centrali dei paesi dominati, viene
così vanificato. Ma - come osserva la stessa Mann - ciò costituisce
un fattore critico per la capacità Usa di proseguire a finanziare
grandi disavanzi commerciali. Il problema effettivo consiste, infatti,
nell'irrealtà della crescita Usa, che altro non rappresenta se non
la quota di prodotto estorta all'estero ma proditoriamente attribuita
pro capite agli "addetti" usamericani.
Sicché, per un certo numero di paesi già inseriti nella sfera economica
dell'imperialismo, la soluzione di un "ancoraggio forte"
o addirittura di una dollarizzazione può, sì, aver un senso momentaneo;
ma solo perché molti di essi, legati mani e piedi all'andamento
delle imprese, di qualunque zona, che trafficano nella valuta Usa,
hanno già un'altissima dollarizzazione di fatto. La parte del leone
è fatta dai depositi bancari, già denominati in dollari e circolanti
in dollari. [L'esempio del collasso dell'Argentina è sintomatico:
mentre la sua valuta, e la sua precaria economia, era ancorata al
dollaro, la maggior parte degli scambi commerciali avvenivano "innaturalmente",
in un contesto di dollarizzazione, con il Brasile e l'Europa, le
cui valute sono sostanzialmente svalutate rispetto al dollaro; anche
se l'euro fosse già esistito all'epoca del "piano di conversione"
argentino, un ancoraggio all'euro sarebbe stato impossibile perché
l'economia argentina, di fatto, era già dollarizzata].
I paesi dell'America latina - la cui posizione geografica americana,
in questo caso particolare, come accennato, coincide con la loro
appartenenza all'area valutaria del dollaro (l'una cosa, naturalmente,
non esclude l'altra) - si trovano così doppiamente a essere di fatto
integrati nell'economia Usa, e sono perciò essi stessi a rincorrere
la dollarizzazione, alla spicciolata, e non come un solo "blocco
del dollaro". Divide et impera. Lo sviluppo pieno dell'Alca
[l'area di libero commercio di tutto il continente americano dal
nord al sud - Afta o Ftaa in inglese], ben oltre che costituire
una politica monetaria, mira così a far ricadere tutto il continente,
in questo caso anche geograficamente, interamente nell'area valutaria
del dollaro, strategia che sarà perciò decisa unicamente dalla Fed
a Washington.
Diverso, parzialmente, per quanto esposto dianzi, è il caso di
molti paesi asiatici, che già dopo la loro grave crisi stanno di
nuovo ammorbidendo il precedente "ancoraggio" valutario
(e, come detto, il caso argentino ha rafforzato codesta impressione,
a svantaggio del dominio del dollaro). La loro "schizofrenia"
si esprime nel fatto fondamentale che essi sono molto dipendenti
dal loro commercio, il quale è inesorabilmente fatturato in dollari,
e perciò i loro debiti sono denominati in dollari: Reinhart dice
espressamente che "il dollaro è la loro ombra". Finché
le loro valute sono deprezzate rispetto al dollaro, tutto sembra
andare bene, ma quando le loro valute si apprezzano sul dollaro,
essi devono lottare all'ultimo sangue. Essendo la loro dollarizzazione
meno evidente di quella dei paesi latino-americani, anche per malintesi
motivi geografici inerenti la definizione continentale dei "poli
imperialistici" (e non potendo essi assolutamente ancorarsi
allo yen, per ovvie ragioni), il loro percorso valutario è più incerto.
Ma l'osservazione di fondo è sempre la stessa: un paese, che comunque
fosse costretto a denominare i suoi scambi e i suoi debiti nella
propria valuta nazionale, sarebbe inesorabilmente condannato alla
bancarotta e spinto verso un'area valutaria dominante - oggi il
dollaro, domani, forse, l'euro.
La crisi valutaria, perciò, si riflette oggi in maniera più duratura
nelle crisi bancarie, rallentando, come nei casi recenti, la ricapitalizzazione
per la ripresa. I prestiti si arrestano, e i crediti inesigibili
prevalgono. L'esempio del Giappone costituisce attualmente la più
drammatica testimonianza della situazione (precedenti sono ravvisabili
nello scossone subito dal sistema bancario messicano nella crisi
del 1994-95, o anche negli eventi di alcune economie asiatiche dopo
il 1997-98 a seguito del riflusso, ancorché oscillante e con riforme
bloccate, del capitale internazionale dai mercati borsistici locali).
Non avendo per nulla funzionato un'area valutaria dello yen - né
ragionevolmente avrebbe potuto - l'inesigibilità dei crediti nipponici
nei paesi asiatici, in cui la ricerca di una ripresa duratura della
dominanza del dollaro con la crisi scatenata da Madeleine Albright
nel 1997, ha provocato il tracollo giapponese e di tutta la quasi
inesistente area valutaria dello yen. Ora, per i paesi asiatici,
in un periodo di caduta dei volumi e dei prezzi alle esportazioni,
è esiziale il rallentamento dell'economia Usa (ben prima dell'11
settembre!), sia perché la domanda Usa di molte merci è molto sensibile
a variazioni del reddito, sia perché le esportazioni asiatiche sono
molto legate al settore tecnologico, in serie difficoltà.
La candidatura, al posto del Giappone, della Cina - con un mercato
"potenziale" di un miliardo e mezzo di persone per le
quali produrre, quando però saranno "paganti", come dice
Adam Smith, al quale mercato si può accompagnare quello quasi altrettanto
vasto dell'India - assume facilmente questo significato. Solo che
lì l'egemonia del dollaro non è affatto sicura. La strategia Usa,
dovuta a Brzezinsky, ha come obiettivo la conquista totale del doppio
continente dell'Eurasia, ed è stata sicuramente aperta dalla crisi
asiatica del 1997 e dalla successiva e più recente penetrazione
partita proprio dalla testa di ponte dei Balcani verso il cuore
del continente asiatico (con la questione cecena e centrata intorno
al "corridoio 8" da Kosovo e Macedonia, attraverso Kurdistan
in prospettiva mediorientale, Caucaso, Afghanistan, Nepal e Tibet,
fino allo sbocco cinese sul Pacifico), disegnando attraverso i diversi
"corridoi" di penetrazione l'espansionismo imperialistico
transnazionale verso le aree dominate del pianeta.
L'esempio delle grandi transnazionali dell'energia - petrolio,
gas, ecc. - la cui vendita è, per ora, quasi esclusivamente fatturata
in dollari, senza tener conto della loro "nazionalità",
è istruttivo. Come d'altra parte comincia a essere altamente significativo
che sono sempre di più i paesi (in genere quelli in conflitto con
l'imperialismo Usa) che stanno cercando di sostituire l'euro al
dollaro proprio in tali transazioni. A ciò si aggiunga anche il
problema delle risorse idriche per la produzione industriale di
massa, e si capisce quale sia, in prospettiva, la gravità dell'intera
posta in gioco.
Le aree che hanno l'una o l'altra risorsa di base in abbondanza,
o comunque in condizioni di monopolio naturale, entrano direttamente
nel giro della concatenazione del mercato mondiale. Ma il fatto
che la strategia Usa sia stata consolidata dall'accettazione dell'economia
cinese nell'Omc, non toglie che quella strategia debba ancora fare
i conti con l'euro come nuova possibile valuta di riferimento, dato
che per ora i dirigenti cinesi sembrano non disdegnare quest'ultima
contro il dollaro. Ciò che potrà succedere dopo è tutto da scoprire.
Ma, per adesso, occorre tener presente che la maggior parte delle
"nuove economie" - coinvolte nelle crisi, di origine Usa
- operano tuttora nella zona d'influenza economica di quell'imperialismo.
Ma, al di là di codesta appartenenza geografica, praticamente tutti
quei paesi hanno gravitato nell'area valutaria del dollaro, al quale
di conseguenza le monete locali sono state necessariamente vincolate
(con un rapporto di cambio fisso o quasi - "ancorate",
come si è detto) per tutte le transazioni fondamentali.
L'ancoraggio al dollaro da parte di valute minori ha già svolto
però il duplice effetto dianzi citato, circa un primo crollo del
dollaro stesso (il cosiddetto "effetto Plaza") che ha
portato quelle monete a forti svalutazioni reali, seguìto da una
rivalutazione dello stesso nel momento in cui l'inversione delle
condizioni monetarie Usa ha "rappresentato" l'inversione
stessa del flusso dei capitali. In simili condizioni, alle monete
ancorate al dollaro vengono - e sono venute - a mancare le condizioni
di quell'ancoraggio e vanno alla deriva. Migliaia di milioni di
riserve valutarie denominate in dollari sono spesi nel vano tentativo
di resistere agli attacchi speculativi. La scelta divergente da
parte della Cina è fondata sugli esiti di tale esperienza, con la
precisa volontà cinese di non crescere capitalisticamente come dipendenza
del potere Usa.
Infatti, a seguito dell'eccesso di sovraproduzione dell'imperialismo
Usa nel mercato mondiale, in conseguenza del monopolio entro l'area
valutaria che porta il nome del dollaro, è inevitabile che la pressione
speculativa esercitata attraverso il dollaro [il cosiddetto "surriscaldamento"]
stesso si propaghi su tutti i mercati finanziari e sulle altre valute,
mandandole a turno in crisi. Perciò, "di fronte a pesanti vendite
di obbligazioni locali da parte di investitori stranieri, la liquidità
dei mercati finanziari di parecchi paesi può essere messa in seria
difficoltà" - concludeva "profeticamente", nell'ormai
già lontano marzo `95, il Fmi. Ecco chi fa le "bolle".
La prospettiva è, in conclusione, assi più complessa, drammatica
e conflittuale: qui si gioca l'intera prevalenza sul mercato mondiale,
soprattutto attraverso i poli imperialistici e conseguentemente
anche tra di essi, di cui la contesa tra area del dollaro e area
dell'euro è forse oggi la massima espressione. Detto in altri termini:
il dollaro rimane la valuta mondiale principale di riferimento e
riserva per le transazioni capitalistiche (in tutte le tre forme
- monetarie, produttive e mercantili), anche se è sceso ora sotto
la metà delle transazioni stesse; mentre l'euro gli è secondo, essendo
salito quasi a un terzo di esse, quindi ancora a una certa distanza.
Senonché, con l'ingresso assai probabile nell'euro della sterlina
(sia pure a far da "elastico" col dollaro) e di altre
valute minori, e con il trasferimento possibile di notevoli aree
di transazione dal dollaro all'euro stesso, il primo verosimilmente
diminuirà la propria rilevanza a favore del secondo.
Ma se una simile diminuzione avviene, essa non si verifica per
caso, poiché non può che corrispondere a una perdita di controllo
proprio sulla produzione di quelle "merci come denaro perituro".
E di qui quella concatenazione che dal dominio trasversale sulla
produzione mondiale, attraverso il potere militare e politico, porta
alla superficie del controllo valutario - oggi ancora a favore dell'area
del dollaro, ma con gravi crepe nella pretesa di rilancio della
"dollarizzazione" del mercato mondiale - potrebbe venir
meno. Il nuovo ruolo degli stati nazionali (attraverso governo,
apparato militare e banche centrali più borse) nella fase transnazionale
dell'imperialismo capitalistico è perciò proprio questo.
In ultima analisi, infatti, la politica valutaria è decisa strategicamente
dalla banca centrale di un "sovrastato", ora Usa o Ue
(e di qui l'importanza futura della Cina, tutta da definire). Tale
politica è svolta a partire da quel cuore produttivo che sia comunque
controllato, direttamente o indirettamente, da uno o dall'altro
sistema "imperituro" di denaro-capitale, per "ristabilire
violentemente l'unità" perduta, in maniera che sulla base di
tale potere economico il sovrastato vincente - ammesso che ne emerga
uno nell'immediato, periodi di passaggio a parte - sia messo in
grado di esercitare anche tutto il potere politico e militare.
Economia marginale del Mezzogiorno e Reddito
Sociale Minimo - Girodivite - n° 50 / febbraio 1999 - Politica,
Italia meridionale, Lavoro
di Luciano Vasapollo (www.pplink.org/proteo
- Docente di Statistica Aziendale e di Economia Aziendale, Facoltà
di Scienze Statistiche, Università "La Sapienza" di Roma,
Direttore Scientifico dei Centro Studi Trasformazioni Economico
Sociali (CESTES)-PROTEO; membro del Centro Interuniversitario Ricerche
Paesi in via di Sviluppo (CIRPS); membro dei Comitato Scientifico
dell' (OPASS) Osservatorio Permanente sull'ambiente e lo Sviluppo
Sostenibile). - Questo testo, con cui introduciamo presso i nostri
lettori al dibattito sul reddito sociale minimo, è stato pubblicato
all'interno del sito di Torre di Babele che aderisce, insieme a
Girodivite, al circuito dell'Osservatorio Meridionale.
I periodi dello sviluppo economico dei nostro Paese hanno creato
una crescente differenziazione territoriale e sociale, con conseguenti
fenomeni socio-economici che trasformano e modificano i rapporti
centro-periferia in chiave geografica, e soggetti garantiti-non
garantiti in chiave economica, accrescendo la schiera delle nuove
marginalità, delle esclusioni, delle nuove povertà. La geografia
e i modelli della struttura economica complessiva del Paese permette
un confronto tra sistemi produttivi locali fra loro diversi, fra
nuovi soggetti che scaturiscono da tali processi. Si tratta di processi
che necessitano di una diversa e più articolata documentazione statistico-economica
e di una più attenta lettura socio-politica avendo bisogno di nuove
logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi
di impostazione industrialista. Dal dopoguerra ad oggi si possono
individuare molti modelli geografici e sociali dello sviluppo economico;
in particolare si nota il passaggio da un modello di progressiva
concentrazione territoriale della produzione, del reddito e della
popolazione, ad un modello di diffusione locale delle dinamiche
di sviluppo che ha interessato aree a rilevanza intermedia. Le trasformazioni
strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico
sono soprattutto trasformazioni che nascono dalla continua interazione
del terziario con il resto del sistema produttivo nate dall'esigenza
di ridefinizione produttiva e sociale dei capitale.
Depolarizzazione produttiva; sviluppo economico-demografico non
metropolitano; deindustrializzazione accompagnata da processi di
delocalizzazione e decentramento territoriale; deconcentrazione
produttiva caratterizzata dalla diminuzione delle dimensioni d'impresa,
dalla deverticalizzazione e scomposizione dei cicli produttivi;
formazione e sviluppo di sistemi produttivi 1ocali accompagnati
da alta specializzazione, piccola dimensione, interrelazioni produttive.
Tutto ciò non deriva da una natura "fisiologica" del processo
di diffusione territoriale, poiché questa invece va vista come il
risultato di alcune contraddizioni dei modello di sviluppo del dopoguerra
e degli anni '70 poi e poi degli anni '80. Le particolari condizioni
esogene ed endogene alle aree di "diffusione", i processi
di ridefinizione del modello e del progetto del capitalismo italiano
determinano aree territoriali a valenza socio-economica che si modellano
in funzione delle necessità di ristrutturazione delle dinamiche
d'impresa.
Una ristrutturazione capitalistica che, almeno apparentemente,
dimostra di reggere all'impatto sociale e occupazionale provocato
dalle politiche deflazionistiche volute dall'accordo di Maastricht.
Ciò soprattutto perché i livelli di marginalità sociale e la crescita
dei tassi di disoccupazione hanno colpito soprattutto il Sud. Basti
pensare che nel Mezzogiorno si ha un tasso medio di disoccupazione
vicino al 25%, ed in molte aree il tasso di disoccupazione giovanile
(tra i 15 e i 25 anni) supera il 60%. A ciò bisogna associare un
vero e proprio crollo degli investimenti industriali verificatesi
in questi ultimi 3-4 anni che si è accompagnato ad una caduta verticale
degli investimenti pubblici in opere infrastrutturali. La chiusura
del ciclo del "puro assistenzialismo" e dell'intreccio
perverso politica- affari che si era determinato intorno alla Cassa
per il Mezzogiorno e dell'Agenzia del Dipartimento, hanno di fatto
determinato la chiusura di qualsiasi intervento ordinario o straordinario
in favore di forme più o meno articolate di sviluppo del Meridione.
Anche le politiche intraprese in questi ultimi due anni dal Governo
dell'Ulivo sono state orientate esclusivamente agli incentivi di
impresa, alla riduzione del costo del lavoro, alla riproposizione
più o meno velata delle gabbie salariali. Tali scelte macroeconomiche
sono giustificate da una ipotetica nuova fase di sviluppo meridionale
derivante dalla capacità di attirare investimenti industriali e
risorse imprenditoriali, in modo da ridurre la divaricazione fra
modalità dello sviluppo del Nord Italia e quelle del Mezzogiorno.
Ma in realtà tali politiche non hanno portato, e non possono portare,
a ridurre gli squilibri Nord-Sud né ad una diminuzione delle fasce
di povertà assoluta o relativa dando luogo invece a forme di superamento
della dicotomia dello sviluppo italiano causato sia dalla diversifícazione
economica delle regioni intermedie e dal rallentamento di quelle
avanzate sia, soprattutto, evidenziando la nascita di nuovi soggetti
sociali ed economici marginali ed emarginati. Si va approfondendo
così il solco fra un Paese ricco e settori sempre più vasti di popolazione
esclusa, precarizzata, vicino alla soglia di povertà; masse sociali
spesso rese da tali processi di sviluppo talmente emarginate e povere
da essere considerate fra i "nuovi miserabili" nella società
dell'opulenza e dello sviluppo a tutti i costi incentrato sul profitto
e i parametri di efficienza dell'impresa.
Il risultato più immediato della via italiana al modello di sviluppo
neoliberista è l'aumento della disoccupazione che si va trasformando
in strutturale, incrementando la schiera dei disoccupati "invisibili",
non ufficiali, precarizzando la qualità del lavoro e della vita
di chi con tale sistema non riesce ad emergere ed arricchirsi. Non
è un caso che negli ultimi sei anni nel Centro-Nord si ha un tasso
di occupazione irregolare nell'industria intorno al 12% del totale
dei lavoratori mentre nel Sud tale percentuale raggiunge il 50%,
con picchi di oltre il 55% in Sicilia e del 63% in Calabria. Tali
percentuali invece di essere utilizzate per dimostrare la mancanza
di solidità e la precarizzazìone assoluta di ogni forma di sviluppo
nel Mezzogiorno, vengono spesso citate da autorevoli fonti istituzionali
per dimostrare la cosiddetta "vitalità, creatività, e capacità
di arrangiarsi" di un popolo meridionale capace di darsi autonomamente
delle possibilità di crescita e di autorealizzazione. Nei fatti
il Mezzogiorno diventa un'area economico-territoriale utilizzata
come laboratorio per sperimentare le forme più povere dell'economia
marginale, per realizzare cioè quelle fasi del ciclo produttivo
industriale a più basso contenuto di conoscenza, formazione e informazione,
cioè quelle forme di lavoro a forte caratterizzazione manuale e
prive di garanzie e diritti. E' invece nel Nord che continua a svilupparsi
quell'industria moderna affíancata da un terziario avanzato ad alto
contenuto di risorse immateriali, caratterizzando così le regioni
settentrionali in una maggiormente dinamica e diversa collocazione
economico-produttiva e socio-culturale.
Esiste quindi una stretta correlazione tra fenomeni economici e
fenomeni sociali; non è un caso che nel tanto decantato Nord-Est
convivono forme di aristocrazia operaia, superspecializzata e ben
pagata, che identifica i propri destini con quelli dell'imprenditore,
e forme di lavoro sottopagato, senza garanzie, lavoro nero, precario
e flessibile anche nella remunerazione oltre che nei tempi e nei
modi di lavoro. Si spiega così, e non solo nella dicotomia Nord-Sud,
il carattere dualistico dello sviluppo italiano, che sconta sottosviluppo
in molte sue parti territoriali e sociali in funzione dei modi di
accumulazione dei capitale che si correla allo sviluppo ritardato
e dipendente del capitalismo italiano rispetto al resto dell'occidente.
La ristrutturazione capitalistica ha di fatto dissolto le grandi
fabbriche dove meglio si organizzava l'antagonismo di classe, queste
sono di fatto smantellate e divise nei distretti, nelle imprese-rete,
nelle filiere, nei reparti produttivi diffusi nel territorio.
In tale processo dì ristrutturazione il Mezzogiorno gioca un ruolo
subalterno, non soltanto nei confronti dell'industria italiana,
ma anche rispetto ai processi di innovazione tecnologica tipici
dì tutti i settori più avanzati dell'industria mondiale. Il Meridione,
di fatto è il laboratorio dell'economia marginale e sommersa, delle
lavorazioni materiali, del lavoro nero, del lavoro sottopagato,
del precariato, del lavoro irregolare e della schiera enorme di
disoccupazione pronta a lavorare a qualsiasi costo e a qualsiasi
condizione. All'interno delle dinamiche complessive dell'economia
marginale diventa centrale, quindi, il rapporto, le relazioni che
tutte le strutture dell'economia stabiliscono con la realtà produttiva
meridionale. Relazioni che mutano nel tempo ma che continuano a
configurare rapporti funzionali da sottosviluppo, realizzati in
maniera specifica per l'evoluzione dei sistema in altre aree del
Paese, per la riproduzione e l'espansione della struttura centrale
dell'economia. Si passa così dalla funzione attribuita al Mezzogiorno
di serbatoio di manodopera e calmiere del costo dei lavoro, di regolazione
delle contraddizioni sociali e produttive, alla considerazione di
area di vendita, di area di sperimentazione della flessibilità del
lavoro e del salario, della sperimentazione di incentivi e sostegno
redistributivo ad aziende che vedono contrarre i profitti in campi
tradizionali. E' nel Sud che continuano le diverse "prove di
sfruttamento" a partire dalla riduzione del costo del lavoro,
di un lavoro sommerso, di un lavoro irregolare e senza diritti,
senza sicurezza, che significano già di per sé incrementi spropositati
di profitto e di coercizione di tutti i lavoratori occupati e non.
E' così che avviene la collocazione del nostro Mezzogiorno in quell'area
industriale a forte disoccupazione e precarizzazione, a lavorazione
materiale non garantita da affiancare alle altre aree del supersfruttamento
del lavoro come l'Albania, i paesi dell'Africa Mediterranea, la
Turchia.
I processi di marginalizzazione dell'economia meridionale rispondono,
allora, al progetto della globalizzazione dell'economia, che ha
costretto il capitalismo ad una scelta di modello di sviluppo distribuito
sul territorio e fondamentalmente basato su forme sempre più pressanti
di terziario implicito ed esplicito, veicolando il consenso alle
forme di produzione diffusa con la conseguente precarizzazione del
lavoro e frammentazione dell'unità di classe. A questo proposito
un elemento di fondamentale rilievo diviene il ruolo assunto dalle
piccole e medie imprese nel Mezzogiorno. Queste sono protagoniste
di un ipotizzato sviluppo meridionale, che viene gestito in funzione
della loro specializzazione e capacità autopropulsiva basata sulle
nuove forme di "cottimizzazione" generalizzata del lavoro
e sul massiccio ritorno al lavoro nero alla precarizzazione, alla
flessibilità produttiva, del lavoro e dei salari.
Tutto ciò è certamente il risultato di un rapporto di dominanza
con vere e proprie caratteristiche di colonizzazione delle aree
meridionali; si tratta di un vero rapporto espropriazione-appropriazione,
di supersfruttamento del lavoro, in cui le localizzazioni delle
aziende madri mantengono le funzioni strategiche e più redditizie
del ciclo di produzione/commercializzazione. La conseguenza è che
quando si decidono processi di localizzazione produttiva nel Meridione,
molto spesso si allocano stabilimenti e ditte affiliate, mentre
i centri direzionali sono in altre zone, determinando anche nelle
produzioni tradizionali una manifesta debolezza a cui corrisponde
la precoce mortalità di tantissime filiali e la fine di molte imprese;
sopravvivono solo alcune piccole o piccolissime imprese a forte
caratterizzazione produttiva locale, che si rassegnano ad una situazione
di micro-mercato accogliendo gli effetti della logica residuale.
A tale logica si può rispondere ridefinendo il ruolo di uno Stato
occupatore e di un diverso modello di sviluppo, non basato sui parametri
classici della crescita capitalistica e dell'incremento forzoso
della produzione di merci. Ed è proprio a partire dal Meridione
che si possono ridefinire lavori di forte interesse sociale e a
forte connotato di pubblica utilità, creando occupazione finalizzata
a produzioni non necessariamente di carattere mercantile e che anzi
rivalorizzino il capitale umano e le risorse immateriali a partire
dai nuovi bisogni di un Mezzogiorno che vuole riqualificare le sue
potenzialità. Per far ciò è necessario che nel Sud si riattivino
gli investimenti pubblici non solo a carattere strutturale, ma soprattutto
quelli di una diversa e moderna produzione industriale e soprattutto
di servizi, e ciò attraverso uno sviluppo solidale ed eco-socio-compatibile
che non può realizzarsi a partire esclusivamente da alcuni imprenditori
isolati anche se dotati di una certa predisposizione verso uno sviluppo
economico a particolari connotati sociali, o dal tanto decantato
ma falso sviluppo imprenditoriale del "fai da te".
Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando soprattutto
il sistema socio-economico meridionale sono anche, e forse soprattutto,
trasformazioni nell'essere e nell'interagire dei nuovi soggetti
produttivi del lavoro e del non lavoro, del lavoro negato, di tutti
i nuovi soggetti sociali antagonisti in genere, e ciò non è possibile
leggerlo solo attraverso analisi ancora basate sulle vecchie considerazioni
socio-economiche legate alle antiche interpretazioni della "questione
meridionale". Un profondo processo di trasformazione di questo
tipo deve necessariamente portare a riconsiderare le vecchie categorie
economiche, i vecchi soggetti produttivi, le politiche economiche
ormai di stampo antico perché superate dall'evoluzione dei tempi.
L'analisi va quindi riportata sul piano delle relazioni industriali
ma soprattutto sociali; si individuano così i caratteri strutturali
della disoccupazione e del lavoro negato nei sistemi produttivi
locali meridionali basati sul lavoro senza diritti; sull'intensificazione
dei ritmi e sull'elevata divisione del lavoro; sulla spinta alla
distruzione del tessuto produttivo; sulla molteplicità dei soggetti
economici locali, non garantiti, con rapporti di lavoro saltuario,
con precarizzazione del lavoro e del reddito, sulla mancata costruzione
e distruzione della professionalità dei lavoratori, accompagnata,
per i lavori "più miseri", da commesse esterne con forte
componente di lavoro nero e sottopagato; sulla diffusione dei rapporti
"faccia a faccia" senza intermediazioni sindacali.
E' quindi a partire da tali nuove soggettualità dell'antagonismo
sociale che si può riorganizzare l'unità di interessi del mondo
del lavoro, la solidarietà e la forza che negli anni '60 e '70 la
classe operaia si era data a partire dall'organizzazione in fabbrica.
Al centro dell'iniziativa politica e sociale devono ritornare le
associazioni di base, i comitati di quartiere, le forme organizzate
del dissenso nel territorio, le organizzazioni dei lavoratori che
non hanno scelto il consociativismo, ma che anzi pongano come immediato
il problema del potere attraverso la distribuzione sociale del valore
e della ricchezza complessivamente prodotta, riassumendo nel contempo
i nuovi soggetti della trasformazione sociale, le nuove povertà,
le fasci deboli della popolazione, come definizione di una ricca
risorsa dell'antagonismo sociale. Allora nell'ambito di un programma
minimo per l'antagonismo sociale va immediatamente capito che l'incremento
di produttività è ricchezza sociale che può garantire il soddisfacimento
di nuovi bisogni, redistribuendo socialmente l'accumulazione di
capitale, e lanciando un programma d iniziativa che entro pochi
anni possa portare alla giornata lavorativa a parità di condizioni,
di 15 ore e non di 35!
E' così che possono essere recuperati in termini redistributivi
gli immensi incrementi di produttività che si sono realizzati in
particolare in questi due ultimi decenni, rivendicando da subito
una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario
reale, ponendo le basi per creare nuova occupazione a partire da
lavori a compatibilità sociale e ambientale e di pubblica utilità
con pieni diritti e piena retribuzione, rafforzando nel contempo
il Welfare State tramite incrementi delle entrate del bilancio pubblico
determinate dalla tassazione dei capitali, in modo da poter inserire
nella spesa sociale anche un Reddito Sociale Minimo europeo da distribuire
ai disoccupati, ai precari, ai marginali.
Non si tratta quindi di richiedere quel minimo vitale a carattere
etico e filantropico che può assumere la forma di salario minimo
o reddito garantito, ma si vuole imporre semplicemente il pieno
riconoscimento della forma sociale del salario riferito all'intera
classe lavoratrice e storicamente determinato e derivato dai rapporti
tra lavoro e capitale. E' per questo che tale diritto preferiamo
individuarlo con il nome di Reddito Sociale Minimo, è su tale proposta
che il nostro Centro Studi (CESTES-PROTEO) in collaborazione all'Associazione
Progetto Diritti e all'Unione Popolare ha lanciato una battaglia
culturale, politica e sociale, che vuole avere dimensioni europee,
a partire da una proposta di legge di iniziativa popolare. Ci sembra
quindi un obiettivo minimo, praticabile, quello di aprire una battaglia,
una iniziativa di dibattito e di lotta, che realizzi la riduzione
generalizzata dell'orario di lavoro sull'intero arco di vita del
lavoratore a parità di salario e con controllo dei ritmi e della
condensazione dei lavoro, realizzando così un milione di posti di
lavoro ripartendo anche da produzioni non mercantili e dalla ridefinizione
di uno Stato occupatore; recuperare almeno 50 mila miliardi annui
dalla tassazione dei capitali da destinare al Reddito Sociale Minimo.
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