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Joseph E. Stiglitz ( * )
La globalizzazione e i suoi oppositori
Torino, Einaudi, 2002, pp. 276, 19 euro
Traduzione di Daria Cavallini
Perché
la globalizzazione ha fallito la sua missione? Perché i poveri
sono sempre piú poveri e i ricchi sempre piú ricchi?
Di chi è la colpa della catastrofe argentina, della crisi
russa e dei perduranti disastri del Terzo mondo? In questo libro,
Joseph E.Stiglitz, forte dell'esperienza maturata alla Casa Bianca
e presso la Banca mondiale, lancia un atto d'accusa contro le molte
deficienze della politica economica internazionale, descrivendo
con sorprendente efficacia le tante, troppe, occasioni in cui l'fmi,
il wto e il Tesoro statunitense sono venuti meno ai loro doveri
nei confronti di paesi che invece avrebbero dovuto aiutare. Con
parole dure e prove inconfutabili, Stiglitz sostiene che le politiche
economiche promosse dalle principali istituzioni della globalizzazione
non sradicano la povertà ma fanno l'esatto contrario, e indeboliscono,
anziché rafforzare, le nuove democrazie. E questo non perché
il processo della globalizzazione sia sbagliato, ma perché
le sue regole sono dettate da organismi che stabiliscono il gioco
sulla base di una perversa miscela di ideologia e politica, imponendo
ai paesi in via di sviluppo "soluzioni standard sorpassate
e inadeguate", che invece di risolvere i problemi favoriscono
gli interessi dei paesi industrializzati piú avanzati. Un
libro coraggioso che, raccontando le dirette esperienze di un protagonista
d'eccezione, apre al lettore nuovi orizzonti della politica economica
mondiale. Una denuncia che nasce con lo scopo di suscitare un confronto
anche aspro, dimostrando come, per i paesi del Terzo mondo, le carte
del gioco economico siano sempre truccate a sfavore.
"La ragione per cui ho scritto questo libro è che, mentre
mi trovavo alla Banca mondiale, ho preso atto in prima persona degli
effetti devastanti che la globalizzazione può avere sui paesi
in via di sviluppo e, in particolare, sui poveri che vi abitano.
Ritengo che la globalizzazione, ossia l'eliminazione delle barriere
al libero commercio e la maggiore integrazione tra le economie nazionali,
possa essere una forza positiva e che abbia tutte le potenzialità
per arricchire chiunque nel mondo, in particolare i poveri. Ma perché
ciò avvenga, è necessario un ripensamento attento
del modo in cui essa è stata gestita, degli accordi commerciali
internazionali che tanto hanno fatto per eliminare quelle barriere
e delle politiche che sono state imposte ai paesi in via di sviluppo
durante il processo di globalizzazione" (Joseph E. Stiglitz).
Le piccole nazioni in via di sviluppo sono come barchette e il Fondo
monetario, spingendole verso una veloce liberalizzazione dei mercati,
le ha messe in un mare in tempesta senza giubbotti di salvataggio.
È questo l'atto d'accusa che Joseph E. Stiglitz lancia verso
il Fmi, il Wto e il Tesoro Usa. Forte dell'esperienza maturata alla
Casa Bianca come chief economist di Clinton e alla Banca mondiale
come senior vice president, il nobel dell'economia attacca questi
protagonisti della politica economica internazionale che, invece
di aiutare i paesi più poveri, li hanno danneggiati. Eppure
la storia della stragrande maggioranza dei paesi industrializzati
avrebbe dovuto suggerire una strategia completamente diversa nella
sequenza delle riforme da richiedere ai paesi in via di sviluppo.
Basti pensare alle due più grandi economie del mondo - Stati
Uniti e Giappone - e a come hanno protetto in modo selettivo alcuni
dei loro comparti industriali fino a quando non sono diventati abbastanza
forti da poter competere con quelli di altri paesi. Così
come non può funzionare il protezionismo generalizzato, anche
una liberalizzazione troppo rapida del commercio genera danni. Costringere
un paese in via di sviluppo ad aprire le proprie frontiere in modo
indiscriminato può avere conseguenze disastrose sia sociali
che economiche. È così che sono stati distrutti milioni
di posti di lavoro e la povertà non solo non è stata
sradicata ma, al contrario, è aumentata.
Stiglitz non è contro il processo di globalizzazione, anzi
secondo lui la globalizzazione può essere una forza positiva.
Essa ha cambiato il modo di pensare della gente e ha diffuso l'ideale
di democrazia e il benessere. Questo si è verificato nei
paesi che si sono resi artefici del proprio destino con governi
che hanno svolto un ruolo attivo nello sviluppo, senza affidarsi
stupidamente a un mercato che, autoregolandosi, riuscirebbe a risolvere
da solo tutti i problemi.
Negli altri casi la globalizzazione non ha funzionato. Centinaia
di milioni di persone hanno visto peggiorare le loro condizioni
di vita perdendo il lavoro e ogni tipo di sicurezza. Sono dunque
le regole della globalizzazione a essere sbagliate e questo accade
perché gli organismi che le dettano si basano su una miscela
perversa di ideologia e politica che impone soluzioni a favore degli
interessi dei paesi industrializzati più avanzati.
Quello di Stiglitz è dunque è un libro di denuncia
coraggiosa che i tecnocrati degli organismi economici internazionali
e del G8 non hanno potuto ignorare. È diventato un libro
scandalo ed è stato attaccato frontalmente soprattutto dai
tecnocrati del Fondo monetario internazionale con un linguaggio
aspro che non è nelle abitudini dei circoli dove si forma
il cosiddetto "consenso di Washington", cioè il
pensiero unico della globalizzazione. Il saggio non fa nessuno sconto
ai registi dell'economia mondiale che presiedono il Fmi. Essi sono
costantemente presenti nella trama del racconto che ripercorre i
disastri finanziari degli ultimi decenni provocati dalle loro ricette.
Si tratta di politiche che vengono imposte ai paesi del terzo mondo
e che nessun paese avanzato applicherebbe mai in casa propria. Terapie
d'urto che aggravano la miseria dei paesi meno sviluppati, spesso
suggerite direttamente dal ministro del Tesoro Usa. Il resoconto
fatto dall'autore delle crisi del Sud-Est asiatico (1997), della
Russia (1998) e dell'Argentina (2001) è particolarmente allarmante.
Le politiche del Fmi hanno aggravato la situazione dell'Indonesia
e della Thailandia, provocato tassi di disoccupazione a due cifre
nell'America Latina, abbattuto drasticamente il Pil in Russia. Esse
condizionano non soltanto i paesi che chiedono aiuto ma anche quelli
che richiedono approvazioni formali dei loro programmi per poter
accedere più facilmente ai mercati finanziari internazionali.
Stiglitz denuncia il fatto che sebbene tutte le attività
del Fondo monetario e della Banca mondiale oggi si svolgano nei
paesi in via di sviluppo, entrambe le istituzioni sono guidate da
rappresentanti delle nazioni industrializzate. Questo fatto, insieme
all'applicazione di teorie economiche sbagliate di stampo neoliberista,
sta producendo danni enormi. Dietro l'ideologia neoliberista c'è
un modello secondo cui la "mano invisibile" delle forze
di mercato guiderebbe l'economia sulla strada dell'efficienza. Una
delle conquiste più importanti dell'economia moderna è
stata quella di dimostrare in quali condizioni e in che senso ciò
si verifica. Proprio nel periodo in cui venivano perseguite con
maggior accanimento le politiche di Washington Consensus la teoria
economica ha dimostrato che, ogni qualvolta l'informazione è
imperfetta e i mercati sono incompleti, cioè praticamente
sempre, la "mano invisibile" opera in modo imperfetto.
Ciò è vero in particolare nei paesi in via di sviluppo
e in quelli ex comunisti. Il sistema di mercato richiede, infatti,
diritti di proprietà chiaramente stabiliti e tribunali in
grado di farli rispettare. Esso necessita di una concorrenza e di
un'informazione perfetta, ma mercati concorrenziali ben funzionanti
non si creano dalla sera alla mattina. L'ideologia del fondamentalismo
di mercato ignora l'essenzialità di tali presupposti, essa
non è che un ritorno all'economia del laissez-faire propugnata
nell'800. Ma, come ricorda Stiglitz, dopo la grande depressione
i paesi industriali più avanzati hanno rifiutato queste politiche
liberiste, mentre il Washington Consensus ha imposto interventi
che sono andati incontro a conseguenze disastrose.
Fonte: Rassegna sindacale, n. 39, 29 ottobre 2002
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( * ) Joseph E. Stiglitz, vincitore nel 2001 del Premio Nobel
per l'Economia, è nato nel 1943 nell'Indiana. Professore
di Economia presso la Columbia University, è stato consigliere
di Bill Clinton durante il primo mandato e, dal 1997 al 2000, senior
vice president e chief economist della Banca mondiale. Tra le sue
opere pubblicate in Italia: Economia del settore pubblico
(Hoepli, 1989); Il ruolo economico dello Stato (il Mulino,
1992); Principi di microeconomia (Bollati Boringhieri, 1999);
Principi di macroeconomia (Bollati Boringhieri, 2001); In
un mondo imperfetto (Donzelli, 2001).
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